“La meteorologia, ieri e oggi. Bernardo Paoloni e il Centenario dell’Aeronautica Militare”

È stato il Teatro Manzoni di Cassino ad ospitare questa mattina, 5 dicembre 2023, un interessante convegno dedicato alla meteorologia con particolare riferimento alla figura di Dom Bernardo Paoloni, monaco di Montecassino e al “suo” Osservatorio meteorologico, nato con l’Abate Giuseppe Quandel che collocò la prima stazione meteorologica a Montecassino.

Alcune ricorrenze importanti si rincorrono tra la fine di questo anno e il prossimo: cento anni dell’ Aeronautica Militare, 80 anni dalla distruzione di Montecassino ma anche 80 anni dalla morte di Dom Bernardo Paoloni, tra poco meno di un mese. E quella di oggi è stata una occasione importante per ricordarle tutte.

“La meteorologia, ieri e oggi. Bernardo Paoloni e il Centenario dell’Aeronautica Militare” questo il titolo scelto, su cui si sono confrontati i relatori a partire dalle 10.00 di questa mattina Dopo i saluti del sindaco di Cassino, Enzo Salera e del colonnello Luca Graniero dello Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, ad aprire gli interventi l’Abate di Montecassino, dom Luca Fallica.

La sua relazione, inserita qui nella versione integrale, ha messo in evidenza quanto possa essere apportatrice di ricchezza la congiunzione di aspetti che nei secoli sono stati visti come in netto contrasto tra loro, impossibile da sanare:

Fede e scienza: quale sfida per il monachesimo benedettino?

Congiungere e non disgiungere

Ringrazio tutti gli organizzatori di questo convegno, e voi che vi partecipate, per aver voluto ricordare la figura umana e spirituale, e l’opera culturale e scientifica di dom Bernardo Paoloni, a ottanta anni dalla sua morte, che ricorderemo più precisamente il prossimo 8 gennaio.

Io mi inserisco nei lavori e nelle riflessioni di questo convegno un po’ in punta di piedi, con un intervento che non ha alcuna pretesa di esaustività, e desidera solo evocare alcuni aspetti che ci possano aiutare a comprendere come ricordare l’opera di monaci-scienziati come dom Bernardo Paoloni abbia un significato e un’attualità anche per noi oggi, a un centinaio di anni di distanza dalla sua vita e dalla sua opera. Credo infatti che riflettere sul loro impegno possa indicarci delle prospettive utili e anzi necessarie per il nostro tempo, e non solo per noi monaci benedettini. Il titolo del mio intervento è alquanto impegnativo: «Fede e scienza: quale sfida per il monachesimo benedettino?».
Io non penso di essere in grado di raccogliere questa sfida, vorrei soltanto sottolineare la sua importanza e la sua rilevanza per il nostro tempo. Non ho infatti né la competenza dello scienziato né quella del teologo per poter approfondire come necessiterebbe un tema come questo, peraltro per molti aspetti ancora scabroso; cercherò più semplicemente di cogliere e di proporvi alcune suggestioni che ci vengono dalle Scritture ebraico-cristiane, nelle quali mi muovo un po’ più a mio agio. E ovviamente non posso non tenere presente la mia esperienza di monaco benedettino, come monaco benedettino fu dom Bernardo Paoloni, e altri monaci scienziati come lui, i cui nomi probabilmente risuoneranno nelle relazioni di chi mi seguirà.
E da monaco benedettino vorrei sottolineare quella congiunzione, quella ‘e’ che congiunge i due termini chiave presenti nel titolo del mio intervento: fede e scienza. È la stessa congiunzione che lega, nella nostra tradizione, altri termini come ora et labora et lege. Tra tutti questi termini non ci sono delle congiunzioni avversative o disgiuntive, ma copulative. Non «preghiera oppure lavoro», non «fede oppure scienza», ma «preghiera e lavoro» «fede e scienza».

Sappiamo invece come, a partire dalla crisi che vide protagonista Galileo Galilei, spesso la fede e la scienza, o la teologia e la scienza, hanno percorso vie divergenti, o anche solo parallele, ma senza di fatto incontrarsi. E tuttora il problema rimane. Probabilmente, è stato inizialmente superato più sul piano pratico, con l’opera appunto di uomini di fede e allo stesso tempo scienziati, come dom Bernardo Paoloni, che non su quello squisitamente teorico.

È molto nota l’espressione di Galileo, che egli però dichiarava di aver sentito da persona ecclesiastica di eminentissimo grado (forse il cardinale Cesare Baronio): «le Scritture vogliono insegnare come si vada al cielo, non come vada il cielo». Ed è vero: non possiamo confondere la Bibbia con un libro scientifico, nel quale trovare risposte ai nostri interrogativi relativi all’orizzonte delle scienze fisiche o naturali. Nello stesso tempo dobbiamo fare attenzione a non travisare questa frase per non farle dire altro, o ciò che non intende dire.
Il fraintendimento, ad esempio, potrebbe essere questo: che l’uomo di fede, il credente, il lettore o lo studioso delle Scritture, debba interessarsi solamente di come si vada al cielo, e non anche di come vada il cielo. Le Scritture ci educano a tutt’altro atteggiamento, in quanto tutto ciò che è autenticamente umano, tutto ciò che appartiene all’esperienza vitale della persona, ha a che fare con il mistero di Dio e della sua rivelazione. Se i piani non vanno confusi, questo non significa che debbano essere separati. Anche qui c’è una et importante da porre al centro, non per separare, ma per unire, pur nel rispetto delle dovute e necessarie distinzioni.

Papa Francesco, soprattutto con l’enciclica Laudato si’, ma non solo, ci ha educato a ragionare e a pensare le cose nei termini di una visione integrale. Il papa insiste nel ricordare che «tutto è in relazione», «tutti è collegato», tutto è connesso. In particolare, in un passaggio tra i più significativi della Laudato si’, al n 111, scrive:

La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico.

Ascoltate quanti et, sia pure in modo implicito, sono presenti in un testo come questo (ma se ne potrebbero citare molti altri): c’è bisogno di politica, ma anche di sguardi diversi; c’è bisogno di pensiero, ma anche di stili di vita; c’è bisogno di programmi educativi, ma anche di spiritualità. È in questa prospettiva integrale, che non confonde e non separa, ma integra, che mi pare si possa collocare in modo buono e fecondo il dialogo e la relazione tra la fede e la scienza. Alla scienza va riconosciuta la sua autonomia dalla fede; alla fede va ricordato il suo bisogno di lasciarsi interrogare e anche istruire dai risultati conseguiti dalla scienza; nello stesso tempo la scienza può ricevere dalla fede la consapevolezza che c’è sempre un orizzonte che trascende e oltrepassa la verità che essa è in grado di conseguire.
E che comunque il linguaggio scientifico, se è un linguaggio necessario, anzi indispensabile, non è l’unico linguaggio possibile per narrare il mistero della persona umana o del cosmo. Parlo di mistero nel senso non di ciò che non è conoscibile, ma nel senso di ciò che è inesauribile, e come tale non può essere esaurito neppure dalla pretesa di un solo linguaggio, che sia o solo quello scientifico, o anche solo quello religioso. Abbiamo bisogno di linguaggi diversi che sappiano dialogare tra loro, ascoltarsi e reciprocamente comprendersi, per aiutarci a comprendere in modo sempre più profondo il mistero del reale.

Manna e acqua

Mi pare che le Scritture, nel loro complesso, ci educhino a questo atteggiamento. Nella tradizione ebraica i libri biblici sono suddivisi in tre grandi blocchi: la Torà di Mosè, i Profeti e gli Scritti (in ebraico Torà, Neviim e Ketubiim, da cui l’acrostico composto dalle iniziali di questi tre termini, Tanak, che è il modo con cui si definisce la Bibbia in Israele).
Ora, questi tre blocchi non sono sullo stesso piano, perché alla Torà di Mosè viene attribuito un valore prioritario e fondativo: la rivelazione di Dio si attua essenzialmente attraverso la Torà, e rispetto ad essa Profeti e Scritti non aggiungono qualcosa di nuovo, ma ne costituiscono l’interpretazione e l’attualizzazione. In particolare, la tradizione rabbinica, ricordando l’evento fondatore per la fede di Israele, cioè la liberazione dall’Egitto, e il conseguente cammino nel deserto verso la terra promessa da Dio, paragona Profeti e Scritti alla manna e all’acqua che Dio ha donato al suo popolo per sostenerlo nel suo cammino esodico.
Al popolo che si lamenta e mormora perché privo di pane e di acqua, Dio offre la manna, come pane che discende dal cielo, e l’acqua, che invece scaturisce dalla roccia. E la tradizione israelitica paragona la profezia alla manna, cioè a un pane che viene dal cielo, che non conosciamo, che soltanto Dio ci può donare. La manna, simbolo della profezia, ci ricorda in altri termini che c’è una rivelazione di Dio che ci raggiunge, in qualche modo ci sorprende dall’alto. È una parola che noi non abbiamo mai conosciuto e non potremmo conoscere, se non fosse Dio stesso a rivelarcela. L’acqua, invece, scaturisce dalla roccia: non scende dall’alto, ma sale dalla terra. È, in altri termini, quella rivelazione di Dio che matura dentro l’esperienza umana, storica, che viviamo. È quel modo di conoscere Dio che passa attraverso la riflessione sul nostro vissuto. Per conoscere Dio abbiamo bisogno di entrambe le parole, di entrambe le vie: tanto di una parola che ci raggiunge dall’alto, e che soltanto Dio può donarci, quanto di una parola che sale dal basso, che matura cioè dentro la nostra esperienza, e che possiamo ascoltare e comprendere solo operando un discernimento paziente e sapiente del nostro vissuto.
I libri sapienziali, diversamente dai libri profetici, ci chiedono dunque di discernere la parola di Dio, la sua rivelazione, ponendoci in ascolto della nostra esperienza umana. Ci sono libri biblici, come il Cantico dei Cantici e il Qoelet, che ci svelano qualcosa del mistero di Dio proprio attraverso questa via: aiutandoci a riflettere con sapienza su ciò che viviamo nell’ordinarietà della nostra vita, quale può essere l’esperienza dell’innamoramento, dell’amore, del rapporto tra uomo e donna; o quale può essere l’esperienza faticosa di una vita segnata persino dal non senso.
Nel Cantico dei Cantici, ad esempio, non c’è mai il nome di Dio, se non alla fine, quando si parla della passione amorosa come di una fiamma di Jhwe, ma anche in questo caso la presenza del Nome può costituire solamente un modo, tipico della lingua ebraica, per esprimere un superlativo: l’amore è come una fiamma di Dio nel senso che è una fiamma fortissima, potentissima, non facilmente dominabile, indistruttibile. Non c’è mai il nome di Dio nel Cantico proprio perché Dio non si rivela dall’alto, ma dal basso, e va riconosciuto dentro il tessuto ordinario della nostra esperienza umana. In questo senso gli scritti sapienziali non sono un pane che scende dal cielo, come la manna, ma sono un’acqua che sgorga dalla roccia, scaturisce cioè dalla roccia della nostra vita, letta però con sguardo profondo, consapevole, riflessivo, e indubbiamente illuminato dalla relazione con Dio.

Sappiamo inoltre che l’acqua, a cui spesso la Bibbia paragona la parola di Dio, per dissetarci davvero e nutrire la nostra vita, il nostro corpo, non deve essere l’acqua pura e distillata di un ghiacciaio. Per nutrirci l’acqua ha bisogno di scendere nel terreno e arricchirsi dei suoi sali e dei suoi minerali. Allora diviene un’acqua che davvero ci disseta e ci sazia. Così è anche per la rivelazione di Dio, deve scendere dentro il terreno dell’umanità e della storia, ed arricchirsi delle sue conoscenze e delle sue sapienze, anche scientifiche. Allora, e solo allora, diviene una parola nutriente. La parola di Dio ha bisogno di contaminarsi con i sali e i minerali della terra, della storia, che le scienze storiche, fisiche, naturalistiche, le offrono.

Ogni sapienza viene dal Signore

Tra i libri sapienziali, tra quei libri che appartengono al terzo blocco delle Scritture, cioè agli Scritti, c’è anche il libro del Siracide (che nella tradizione ebraica è considerato apocrifo e non entra nel canone delle Scritture, mentre è ben presente nel canone cristiano), e il Siracide si apre con un’affermazione molto decisa, quasi perentoria, tanto più significativa per il fatto che la leggiamo solo in questo passo e in nessun altro testo della Bibbia. Afferma il v. 1:

Ogni sapienza viene dal Signore
e con lui rimane sempre.

Potremmo anche tradurre: «tutta la sapienza viene dal Signore». Ho già ricordato che si tratta di un unicum nella Bibbia, non troviamo un’analoga espressione in nessun’altra pagina delle Scritture. Ogni sapienza, tutta la sapienza: qui non è in gioco soltanto un sapere religioso, teologico, ma la sapienza in quanto tale, ogni forma di sapienza, molto umana ed esperienziale. Una siffatta concezione ci offre uno sguardo importante in questo momento storico, dove avvertiamo il bisogno di interrogarci non in modo solitario o autoreferenziale, ma aprendoci all’ascolto, al confronto con altre sapienze presenti nel nostro contesto epocale ed esistenziale, per cercare insieme risposte a sfide che esigono l’incontro e il dialogo tra competenze e sapienze diverse, in un atteggiamento non competitivo, non conflittuale, non polemico, ma tendente a quell’amicizia di cui parla anche papa Francesca nella sua proposta di un approccio integrale ai grandi temi dell’umanità.
Infatti, essere amici della sapienza implica essere amici del Signore e amici tra noi. Laddove incontriamo sapienze autentiche, sincere, radicate nell’esperienza e illuminate da ricerca profonda e da ricchezza umana, lì incontriamo una traccia del Signore, che di quella sapienza è origine, che con quella sapienza si intrattiene in amichevole conversazione.

Valutare i segni dei tempi?

Dopo aver fatto riferimento a questa visione del Primo Testamento, o delle Scritture ebraiche, vorrei concludere il mio intervento aprendo le pagine del Nuovo Testamento per ascoltare una parola severa e profetica che Gesù pronuncia nell’evangelo di Luca.

«Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,56-57).

Oggi abbiamo dei mezzi sofisticati per prevedere le condizioni metereologiche, anche con diversi giorni di anticipo; facciamo invece ancora molta fatica in quest’arte, sicuramente più difficile, di valutare il tempo storico che viviamo. Certamente, anche in questo campo abbiamo molti più strumenti rispetto a quelli di cui potevano godere le generazioni passate: disponiamo di indagini statistiche, sociologiche, di osservatori culturali, sociali, economici, possiamo ricorrere a molti indicatori, siamo tuttavia ancora in difficoltà perché il discernimento è anzitutto un’arte del cuore, e sappiamo come sia sempre impresa ardua educare il cuore umano.

In questo senso la scienza ha bisogno di dialogare non solo con la fede e la teologia, ma con tutte le altre scienze e arti che indagano sul mistero del cuore umano, sulla sua psicologia, sulla sua vita interiore, perché non basta indagare i segni atmosferici se non si sanno leggere anche i segni dei tempi. E l’una lettura ha bisogno dell’altra. Lo avvertiamo oggi in modo forte proprio a motivo della crisi ecologica e climatica che stiamo attraversando e che esige da noi risposte chiare, decise, forti.

Il nostro convegno si svolge mentre a Dubai sono in corso i lavori della COP 28. Sono lavori che esigono la responsabilità degli Stati, delle loro politiche, delle loro economie, ma anche la responsabilità della scienza, non solo per un’analisi attenta di quanto sta accadendo, ma anche per la proposizione di soluzioni scientifiche adeguate, che rispondono alla sfida della crisi ecologica e climatica, nella luce di quella ecologia integrale che prima richiamavo, citando la Laudato si’. E anche la teologia ha una sua parola competente e dialogante da offrire.

Ricordo un episodio. Quando, il 18 giugno del 2015 si tenne la conferenza stampa per la presentazione dell’enciclica Laudato sii, papa Francesco volle che a presentare il suo testo ci fosse anche, e per la prima volta, un rappresentante dell’Ortodossia: Ioannis Zizioulas, metropolita di Pergamo, scomparso all’inizio di questo anno, il 2 febbraio. Oltre a essere, dal 1986, vescovo del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, Zizioulas è stato uno dei maggiori teologi in assoluto della tradizione ortodossa; già Congar poteva definirlo come uno dei teologi più originali e profondi della nostra epoca.
Nella sua vasta produzione teologica Zizioulas ha peraltro posto grande attenzione proprio al tema del creato e dell’uomo come suo custode. Vorrei partire da una sua osservazione, proposta durante una conversazione con padre Antonio Spadaro, che lo ha intervistato in occasione della presentazione della Laudato si’. Ovviamente l’intervista è stata pubblicata in «La Civiltà Cattolica», la rivista dei gesuiti che padre Spadaro dirigeva.[1] Rispondendo a una domanda sul rapporto tra teologia ed ecologia, il metropolita di Pergamo affermava:

Il rapporto tra le due è molto profondo sia per ragioni positive sia per ragioni negative. Cioè la teologia ha contribuito negativamente a sviluppare una crisi ecologica, ma è anche capace di aiutare a capire meglio il ruolo dell’uomo nel cosmo, un ruolo che non sia di dominatore.[2].

La fede, la teologia, hanno dei ruoli da giocare; lo hanno fatto in passato in modo negativo, devono ora tornare a farlo in modo positivo, come sta già accadendo, secondo la testimonianza di papa Francesco e delle sue forti prese di posizione in questo ambito. Che però non vanno intese solo come inviti alla politica, o all’economia, o alle scienze, ma anche alla fede dei cristiani e delle loro teologie, perché la conversione ecologica richiede anche la loro conversione personale.

Shamar, custodire

Vorrei concludere tornando alle Scritture, e in particolare alle Scritture ebraiche. Quando nella Genesi Dio affida il giardino da lui creato ad Adamo, gli affida questo compito: «Il Signore Dio prese l’uomo (l’adam) e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15). A motivo del suo peccato, Adam non saprà custodire il giardino, che si trasformerà in un deserto. Custodire il giardino è la sfida che anche oggi ci interpella, e per la quale fede e scienza devono ritrovare e approfondire un confronto e un dialogo fecondi. Custodire in ebraico è detto con il verbo shamar. Pochi capitoli dopo, al capitolo quarto, nel celebre episodio del primo omicidio, che è un fratricidio, ascoltiamo il modo con il quale Caino risponde a Dio, che gli chiede conto di Abele e del sangue del fratello versato:

Caino parlò al fratello Abele. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,8-9).

Anche in questo caso il termine ‘custode’ deriva dalla radice verbale che ho appena ricordato: shamar. Possiamo infine ricordare come il verbo custodire, tanto nel Primo quanto nel Nuovo Testamento, concerne i comandamenti stessi di Dio, che vanno custoditi, più ancora che osservati. Infine, da questo verbo shamar deriva anche il sostantivo shomer, che indica il custode, ma anche la sentinella, che veglia in attesa dell’alba, che con il suo vegliare custodisce così il nuovo giorno.
Mi pare suggestivo il rincorrersi e l’intrecciarsi di questi diversi significati della radice ebraica shamar: possiamo custodire il nuovo giorno, possiamo cioè vegliare sul nostro futuro e sul futuro che lasciamo in eredità ai nostri figli, solo se sappiamo vegliare e custodire la parola di Dio, vegliare e custodire la vita di Abele e di ogni uomo e donna, nostri fratelli e sorelle, e se sappiamo infine custodire il giardino, cioè avere cura della terra e del cosmo. Ogni custodia ha bisogno delle altre: la custodia della parola di Dio, la custodia del fratello, la custodia del creato, la custodia del futuro. In questo custodire integrale fede e scienza possono davvero fare alleanza.

[1] A. Spadaro, «Liturgia cosmica ed ecologia. Intervista al Metropolita ortodosso Ioannis Zizioulas», in La Civiltà Cattolica 166 (2015/III) 3962, 164-176.

[2] Ivi, 165.

 

Chi pensa che un monaco sia solo dedito alle Sacre Scritture, a perseguire gli insegnamenti del Patriarca del Monachesimo Occidentale e ad una vita “chiusa” all’interno della vita monastica commette un errore di valutazione e questo lo ha bene messo in evidenza Il professor. Gaetano De Angelis Curtis, presidente del Centro Documentazione e Studi Cassinati, con la sua relazione dal titolo “L’osservatorio meteorologico di Montecassino e la figura di Bernardo Paoloni, monaco scienziato”.

Dopo una breve pausa, sono ripresi i lavori del convegno moderato dall’editore di Radio Cassino Enzo Pagano. Primo intervento dopo la ripresa è stato quellodel generale Paolo Pagano del servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare su “La meteorologia aeronautica e le osservazioni aerologiche ai tempi di don Bernardo Paoloni”.
Utimo intervento, anche molto coinvolgente per le scolaresche presenti in sala, quello del tenente colonnello Daniele Mocio – che in molti conoscono per la sua professionale presenza in alcune trasmissioni della Rai.
La sua relazione, infatti, ha posto l’accento sulla comunicazione – e quindi anche su quella che passa oggi attraverso i Social Media: “Attualità e falsi miti nella meteorologia dei giorni nostri: come avrebbe comunicato oggi don Bernardo Paoloni? ”. La comunicazione fatta di notizie ad effetto, le allerte meteo, le fake news e tanto altro hanno tenuto alta l’attenzione di studentesse e studenti fino alla fine, verso le ore 13.00 circa, quando il ritorno in classe ha sancito la fine della intensa mattinata trascorsa al Teatro Manzoni.

Alcune foto della mattinata e il programma del Convegno