San Benedetto, messaggero di pace – Testo integrale della riflessione dell’Abate Luca

Mercoledì 10 luglio, dopo la preghiera dei Primi Vespri della solennità di San Benedetto, il padre Abate Luca ha proposto a quanti hanno voluto rispondere al suo invito una riflessione dal titolo “San Benedetto, messaggero di pace”.
Riportiamo di seguito il testo pronunciato dal padre Abate.

 

San Benedetto, messaggero di pace

 

Montecassino, 10 luglio 2024

Vigilia della solennità di san Benedetto, patrono d’Europa

 

 

Per custodire la memoria e vegliare sul presente

Abbiamo celebrato i Primi vespri della solennità di san Benedetto, patrono d’Europa, e ci apprestiamo a vivere con intensità la giornata di domani, che avrà il suo centro nella celebrazione eucaristica che presiederò nella Basilica della nostra Abbazia alle 10.30. Ho pensato di inserire in questo contesto liturgico un momento di riflessione condiviso, come già fatto lo scorso anno, in cui offrire qualche elemento di approfondimento, che ci aiuti a vivere con maggiore consapevolezza questa celebrazione. Lo scorso anno, visto l’approssimarsi dell’inizio del Sinodo dei Vescovi e il cammino sinodale delle Chiese italiane, mi sono soffermato su quanto l’esperienza monastica benedettina può apportare, come suo tipico contributo, alla prassi sinodale della Chiesa. Quest’anno il tema scelto insiste sulla pace, né poteva essere altrimenti, visto che ci accingiamo a celebrare il sessantesimo anniversario della Lettera apostolica Pacis nuntius, con la quale san Paolo VI proclamava san Benedetto patrono principale d’Europa, il 24 ottobre 1964, proprio qui a Montecassino, dove era salito, insieme a numerosi Padri conciliari, per consacrare la ricostruita Basilica Cattedrale. Il titolo di questo incontro riprende proprio le prime parole del documento di Paolo VI: «San Benedetto, messaggero di pace». A indurci a riflettere su questo tema, peraltro, non c’è soltanto questa memoria storica, ma l’attualità di un presente drammatico e preoccupante, che vede ancora dilaganti i conflitti tra Russia e Ucraina, proprio dentro la nostra Europa, e quello tra Israele e Palestina, in una terra che ci è particolarmente cara, perché la terra di Gesù e della primissima comunità cristiana. Il nostro sguardo non può non dirigersi verso Gerusalemme, il cui nome significa «città di pace», o «visione di pace», realtà che la Città Santa e la sua terra non riescono a essere.

Domani, nel tardo pomeriggio, a Kiev ci sarà un momento di preghiera, promosso dal Movimento di Azione Non Violenta e dalla Nunziatura Apostolica in Ucraina, con la possibilità di collegarsi on line; anche io parteciperò con una preghiera particolare da Montecassino. Scrive il Nunzio, mons. Kubolkas, invitando a questo momento di preghiera:

Come popolo di Dio vogliamo incontrarci fisicamente e non solo idealmente qui a Kiev per dire al Signore con il salmista “porgi il Tuo orecchio, Signore”, ascoltaci. E con l’umile Maria vogliamo gridare il nostro Magnificat al cielo: Ha spiegato la potenza del suo braccio / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; / ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili; / ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Non si tratta solo di preghiera: c’è bisogno di unire le menti e i cuori, per cercare insieme i percorsi in grado di dare un contributo efficace dove non sono sufficienti, da sole, le iniziative politiche e diplomatiche. Insieme si prega, si riflette, si parla e si lavora, per non rimanere ciascuno solo e impotente di fronte alle tragedie umane, ma uniti come fratelli, tra noi e agli occhi di Dio. Quello stesso Dio che viene oltraggiato dalla guerra, e che, al contrario, gioisce quando i suoi figli e le sue figlie sanno stare insieme.

Dunque, tanto la custodia di una memoria storica quanto l’attenzione al nostro presente ci sollecitano a riflettere sul tema della pace e questa sera desideriamo farlo interrogando, e lasciandoci interrogare da san Benedetto e dalla tradizione monastica generata dalla sua esperienza di Dio. Parto proprio da quanto san Paolo VI scrive nella Lettera apostolica Pacis nuntius, riprendendo e ampliando alcune osservazioni che ho già avuto modo di fare in altre occasioni durante quest’anno.

All’inizio del suo documento Paolo VI definisce san Benedetto con alcuni titoli che meritano attenzione. Scrive il Pontefice:

Messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in Occidente: questi i giusti titoli della esaltazione di san Benedetto Abate.

La vita monastica in Occidente, dunque, quale espressione peculiare della religione cristiana, è stata fondata da colui la cui figura spirituale e umana è delineata da questi tre tratti: essere «messaggero di pace», «realizzatore di unione» e «maestro di civiltà». Il che vuol dire che la stessa vita monastica benedettina desidera essere qualificata, come il suo fondatore, da questi tre elementi, che vorrei con voi approfondire.

Messaggero di pace

Il primo elemento qualifica san Benedetto, ma anche i suoli discepoli, monaci e monache di ogni generazione e di ogni latitudine, come «messaggeri di pace». Il termine italiano, e ancor più l’originale latino che traduce – nuntius – evidenzia il tema della «parola». La pace va annunciata, proclamata, anche attraverso la parola. Certo, occorre essere testimoni e costruttori di pace con tutta la propria vita, con i suoi gesti coerenti e le sue opere efficaci. Rimane pur vero che una rilevanza particolare occorre riconoscerla alla parola. Anche quando essa ci può sembrare vana, inefficace, non ascoltata. Se lo domandava già più di venti anni fa, dopo la strage delle Torri Gemelle e la conseguente guerra in Afganistan, il Cardinale Carlo Maria Martini, in un discorso alla città di Milano in occasione della solennità di sant’Ambrogio:

In questo turbine della nostra storia, ha davvero senso parlare di pace? E in che modo, e a quale prezzo?[1]

Oggi probabilmente avvertiamo più di allora la fatica, forse addirittura l’insignificanza di un continuare a parlare di pace, quando altre sono le parole, i discorsi, le riflessioni prevalenti e più assordanti. A me pare che uno dei rischi maggiori che oggi corriamo, oltre evidentemente al pericolo che i conflitti dilaghino e si moltiplichino in modo inarrestabile, è che la guerra diventi nella nostra consapevolezza un qualcosa di ineluttabile, una realtà inevitabile nel rapporto tra stati, popoli, nazioni. E che dunque la pace, più che essere tale, non possa risultare altro che una tregua tra una guerra e l’altra. Di conseguenza, più che parlare di pace, dovremmo parlare di come contenere i conflitti, di come limitarne gli effetti e le conseguenze, di come imporre regole che li frenino, senza osare sperare l’impossibile. Piuttosto che di pace, che è impossibile utopia, meglio parlare di ciò che è possibile.

Invece san Benedetto è stato, e ci chiede di essere, messaggero di pace, attraverso parole che possono e debbono essere dette anche oggi, per quanto possano apparire inascoltate, minoritarie, troppo deboli. All’interrogativo che si poneva, il Card. Martini rispondeva egli stesso:

Sembrerebbe più saggio attendere, pregare, e per intanto sanare e medicare in quanto si può le ferite, come in emergenza. Ma sant’Ambrogio non si è sottratto alla riflessione e al tentativo di giudizio su fatti assai gravi, pubblici e controversi del suo tempo. Così il suo umile successore chiede, per l’intercessione del nostro Patrono e con l’aiuto delle preghiere e dei suggerimenti di tanti, la grazia di poter parlare a voce alta di queste cose di fronte a Dio, al vangelo e alla coscienza dell’umanità.

Parlare di pace è grazia, è dono che si riceve dall’alto, da invocare. Dobbiamo pregare per la pace, dobbiamo però anche pregare affinché il Signore ci doni la grazia di continuare a parlare di pace persino quando ci pare di remare inutilmente controcorrente. La pace è profezia e sappiamo dalla testimonianza biblica come i falsi profeti siamo più ascoltati dei veri profeti che parlano in nome di Dio. Ricordiamo bene come san Benedetto, quando è giunto qui a Montecassino, ha dovuto anzitutto distruggere templi e altari idolatrici. Anche oggi a noi è chiesta una parola anti-idolatrica, sapendo che anche quello della guerra, con il suo apparato ideologico, è un idolo, e tra i più allettanti, visto che si continua non solo a uccidere, ma a farlo addirittura in nome di Dio, o benedicendo armi ed eserciti, sempre in nome di Dio. Di un Dio, però, ridotto a idolo, piegato alle nostre logiche e ai nostri interessi, alle nostre visioni ideologiche e di parte. Per parlare di pace dobbiamo tornare a dire parole davvero anti-idolatriche, che salvaguardino e rivelino il vero volto di Dio, che è sempre il Dio della pace. Annunciare, come san Benedetto ha fatto e ci chiede di continuare a fare, la pace, significa anche, anzi soprattutto, annunciare il Dio della pace, come unico vero Dio contro i tanti idoli che lo scimmiottano; annunciare l’evangelo della pace, come unica e vera parola che dona gioia, senso, compimento alla vita umana e alla storia del mondo.

C’è poi un secondo aspetto di questo dover essere messaggeri di pace che desidero richiamare, anche se brevemente, per quanto il tema meriterebbe una maggiore attenzione e un più serio approfondimento. La pace ha bisogno non solo di parole che la annuncino, ma di parole che la costruiscano, nel senso che la parola è fondamentale nel modo in cui costruiamo, o distruggiamo, le nostre relazioni. Anche le nostre relazioni più prossime. San Benedetto, nella Regola, ammonisce a non dare pace falsa (cf. RB 4,25). Anche questo è un modo in cui possiamo dare pace falsa: quando invochiamo la pace per il mondo, ci impegniamo a testimoniamo a favore della pace tra i popoli, ma poi non sappiamo essere operatori di pace nelle nostre relazioni più prossime e quotidiane. E allora viviamo una sorta di contraddizione, una incoerenza, una falsità che ci conduce, direbbe san Benedetto, a «dare pace falsa».

C’è una parola fondamentale, nella regola di san Benedetto, e che risuona sin nelle sue prime battute, nel Prologo, ed è la parola «conversione». L’impegno per la pace esige da noi una conversione personale, una purificazione delle labbra e ancor prima del cuore. Mi rifaccio ancora alla lezione di Carlo Maria Martini. Ho citato prima il suo Discorso alla città nel dicembre del 2001. Dieci, quasi undici anni prima, il 29 gennaio del 1991, allo scoppio della prima guerra del Golfo, durante una veglia di preghiera per la pace, egli aveva fatto una breve riflessione sulla pace del cuore, più precisamente sul dono evangelico di un cuore pacifico, ponendo in qualche modo ancora una volta l’attenzione su questo nucleo genetico e sulla sua purificazione attraverso il necessario cammino di conversione personale. Diceva più esattamente:

Mi pare di poter portare una seconda ragione per cui la nostra preghiera non è stata esaudita. Io temo che spesso non l’abbiamo bene indirizzata. Abbiamo chiesto la pace come qualcosa che riguardava gli altri; abbiamo insistito perché Dio cambiasse il cuore dell’altro, nel senso naturalmente che volevamo noi. In realtà, il primo oggetto della autentica preghiera per la pace siamo noi stessi: perché Dio ci dia un cuore pacifico. “Dona nobis pacem” significa anzitutto: Purifica, Signore, il mio cuore da ogni fremito di ostilità, di partigianeria, di partito preso, di connivenza; purificami da ogni antipatia, pregiudizio, egoismo di gruppo o di classe o di razza; tutti questi sentimenti negativi sono incompatibili con la pace. Eppure emergono vistosamente proprio ai nostri giorni, stimolati dalle notizie, dalle immagini che vediamo, stimolati dalle vibrazioni delle voci dei bollettini di guerra, dalla curiosità stessa eccitata da un conflitto la cui tecnologia sfiora l’inverosimile. Così, mentre preghiamo per la pace, nel fondo del nostro   cuore finiamo per parteggiare, per giudicare, per auspicare l’uno o l’altro successo di guerra. L’istinto si scatena, la fantasia si sbizzarrisce, e la preghiera non tende verso quella purificazione del cuore, dei sensi, delle emozioni e dei pensieri che sola si addice agli operatori di pace secondo il Vangelo. È esigente essere operatori di pace secondo il Vangelo; è un dono che non si compra a poco prezzo, perché viene dallo Spirito e occorre accettare di pagarlo a caro prezzo.[2]

Dobbiamo purtroppo ripeterlo ai nostri giorni: tutti vogliono la pace, ma nessuno vuole pagarne il prezzo. E il prezzo da pagare ha sempre un valore personale, è quello che noi siamo chiamati a dare, a spendere, anche attraverso un cammino di conversione che renda più pacifiche le nostre parole, più accoglienti e ospitali i nostri atteggiamenti, più puro, semplice, non doppio e incoerente, il nostro cuore. In sintesi, san Benedetto ci chiede di vivere questo primo impegno per la pace, vigilando sulla qualità delle nostre parole e prima ancora sulla verità della nostra coscienza, così da intraprendere quei cammini di purificazione del cuore e di conversione della vita che ci consentano di non cadere nella tentazione di dare pace falsa.

Realizzatore di unione

Dopo il titolo di «messaggero di pace», san Paolo VI definiva san Benedetto «realizzatore di unione». In latino: unitatis effector. La parola della pace, per non rimanere falsa, deve diventare azione efficace, capace di costruire in particolare unità, comunione. Quando Paolo VI, il 24 ottobre del 1964, è salito a Montecassino per consacrare la Basilica Cattedrale ricostruita dopo la distruzione di vent’anni prima, affermava che era stata la pace a far risorgere le mura del monastero, che la guerra aveva invece distrutte. La pace fa risorgere le mura, soprattutto la pace fa risorgere le comunità, creando unità, comunione. Una pace che le parole annunciano e che i gesti, le azioni, devono rendere operosa. C’è un passaggio di quell’omelia di Paolo VI che merita attenzione. È molto noto, ma è sempre utile non solo richiamarlo alla memoria, ma renderlo vivo ed efficace nella nostra vita attuale, nella nostra esperienza effettiva:

Ma fra le tante impressioni, che questa casa della pace suscita ora nei nostri spiriti, una pare dominare sulle altre; ed è la virtù generatrice della pace. Spesso avviene che, siccome all’idea di pace si connette quella della tranquillità, della cessazione dei contrasti e della loro risoluzione nell’ordine e nell’armonia, siamo facilmente indotti a pensare la pace come l’inerzia, il riposo, il sonno, la morte. E vi è tutta una psicologia, con la relativa documentazione letteraria, che accusa la vita pacifica d’immobilità e di pigrizia, di inettitudine e d’egoismo, e che vanta al contrario la lotta, l’agitazione, il disordine e perfino il peccato come sorgente di attività, di energia, e di progresso.
Qui invece la pace ci appare altrettanto vera che viva; qui ci appare attiva e feconda. Qui si rivela nella sua capacità, estremamente interessante, di ricostruzione, di rinascita, di rigenerazione. Parlano queste mura. È la pace che le ha fatte risorgere. […]
È la pace che ha compiuto il prodigio. Sono gli uomini della pace che ne sono stati magnifici e solleciti operatori. Noi dobbiamo loro attribuire, in premio dell’opera loro, la beatitudine che li insignisce figli di Dio. «Beati i pacifici, dice Cristo Signore, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Beati i pacifici, beati cioè gli operatori, i facitori di pace. Nella sua Regola, san Benedetto è molto attento a dare indicazioni preziose su cosa significhi operare la pace. Sul come farlo. E si tratta di indicazioni utili non solo ai monaci, ma a ogni persona, nel contesto nel quale vive. Torniamo a metterci alla sua scuola, alla scuola della Regola. In essa il sostantivo latino pax, «pace», ritorna otto volte. Val la pena ripercorrere rapidamente i passi nei quali risuona.

  1. La prima ricorrenza la incontriamo nel Prologo, in un passaggio che cita un versetto del Salmo 33 (34): «Cerca la pace e perseguila» (Pr 18). Prima che essere costruita o realizzata, la pace va cercata, come un dono che ci viene offerto da Altrove e che deve essere accolto con fiducia. Cercare la pace significa però poi anche seguirla, o perseguirla, con la fatica e la responsabilità di un impegno che sa corrispondere al dono ricevuto con la dedizione generosa della propria libertà. Peraltro, il contesto più ampio del Salmo 33, di cui Benedetto cita alcuni versetti, rimanda immediatamente a un impegno molto personale, nelle relazioni più prossime e quotidiane che ciascuno di noi vive: trattieni la tua lingua dal male e le tue labbra non proferiscano menzogna (l’attenzione è ancora alla lingua e a ciò che essa può produrre); sta lontano dal male e fa’ il bene (le parole diventano qui un agire operoso, che si qualifica come “fare il bene”); cerca la pace e perseguila. Questa è la via non solo per cercare la pace, ma – aggiunge Benedetto – per giungere a una vita vera e perpetua.
  1. Al capitolo quarto, dedicato agli strumenti delle buone opere da imparare a utilizzare nell’officina dell’arte spirituale, risuona l’invito che ho già ricordato: non dare una pace falsa. Anche in questo caso il contesto è illuminante. Questo strumento relativo alla pace è infatti preceduto e seguito da altri strumenti necessari alla vera pace: non seguire l’impulso dell’ira; non serbare rancore; non tenere inganno nel cuore; non abbandonare mai la carità (cf. RB 4,22-26). Siamo così rimandati a quella che definivo poc’anzi, con l’aiuto del Card. Martini, l’arte della purificazione del cuore. La verità della pace affonda le sue radici nella verità del cuore, mentre la pace falsa non può che rivelare la falsità di un cuore doppio, di un cuore di pietra anziché un cuore di carne.
  1. Sempre in questo capitolo quarto il termine pace ricorre più avanti, al v. 73, laddove san Benedetto ricorda l’urgenza della riconciliazione: «Tornare in pace prima che tramonti il sole con chi si è in discordia». Ci sono impegni da vivere subito, adesso, che non possono essere rimandati a domani. Questa urgenza ci dice che la pace è un bene per l’oggi, da cercare adesso, da ristabilire il prima possibile. Ci illudiamo quando pensiamo che prima o poi il tempo aggiusti ogni cosa; al contrario, il tempo rischia di allargare e approfondire i fossati, quando non vengono subito riempiti dalle parole del perdono, della riconciliazione, della pace. Anche i conflitti su scala mondiale, le guerre tra i popoli e gli stati, spesso hanno alla loro radice problemi che non sono stati affrontati e risolti nel tempo opportuno.
  1. Torniamo alla Regola di san Benedetto per sostare su un quarto passo nel quale ricorre il termine pace. Dal capitolo quarto dobbiamo fare un bel salto per giungere al capitolo trentaquattro, nel quale Benedetto si preoccupa di offrire dei criteri relativi alla condivisione de beni necessari alla via personale dei fratelli, assumendo come principio fondamentale quello suggerito dagli Atti degli Apostoli: «si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno» (cf. At 4,55 citato in RB 34,1). La Regola precisa: «Con questo non diciamo che si faccia preferenze di persone – cosa da cui guardarsi – ma che si abbia riguardo alle debolezze: quindi chi ha meno bisogno, ringrazi Dio e non sia dispiaciuto, chi ha più bisogno, accetti umilmente la sua debolezza e non si inorgoglisca per la misericordia usatagli. Così tutte le membra della comunità saranno in pace». Per cercare la pace e perseguirla, per ritornare nella pace prima che tramonti il sole, occorre avere questa capacità di discernimento, che sa riconoscere i bisogni di ciascuno e prendersene cura. La pace non la si edifica cercando uguaglianze forzate ed omologazioni indebite, ma armonizzando le differenze, servendo le alterità.

5.6. Di pace Benedetto torna poi a parlare a proposito dell’ospitalità, al capitolo 53. Due volte ricorre in questo testo il termine «pace». Disegnando una vera e propria liturgia dell’accoglienza, Benedetto così sollecita: «per prima cosa preghino insieme, quindi si scambino la pace. E questo bacio della pace non venga dato se non dopo aver fatto la preghiera per evitare inganni del diavolo» (RB 53,4-5). È importante che si parli di pace laddove si parla di ospitalità. Ci mette in guardia sulla tentazione di cercare una pace per vie di esclusione, tra eguali, tra coloro che sono accomunati da elementi identitari e di consuetudine di vita, o condividono le medesime esperienze esistenziali e le stesse visioni. Non c’è pace possibile laddove non si rimane aperti allo straniero, al diverso, a colui che sopraggiunge dall’esterno sempre sorprendendoti e anche sconvolgendo le tue abitudini consolidate. Anche con lui occorre scambiare la pace, e san Benedetto raccomanda di farlo dopo aver pregato insieme, per evitare gli inganni del diavolo, anche quell’inganno che ci illude che la pace sia opera nostra e possa radicarsi nelle nostre risorse e qualità, quando invece è dono di Dio e trova la sua origine fontale nella relazione con lui, di cui la preghiera è espressione principale e principiante. Cerca davvero la pace chi sa cercare veramente Dio, nulla anteponendo alla preghiera e all’amore di Cristo. Neppure le proprie pretese o presunzioni di sé.

  1. Una settima ricorrenza la troviamo dieci capitoli dopo, al capitolo 63, dove la Regola suggerisce dei criteri per l’ordine della comunità.
Nel monastero mantengano tutti il posto assegnato e ciascuno in base alla data di ingresso, ai meriti della loro vita e alla decisione dell’abate. Da parte sua l’abate non porti turbamento al gregge affidatogli e non dia disposizioni ingiuste quasi possa disporre arbitrariamente del suo potere, ma ricordi sempre che di tutte le sue decisioni e di tutto il suo operare dovrà rendere conto a Dio. Quindi l’ordine che ha stabilito l’abate o in cui i fratelli sono per se stessi collocati, sia seguito quando essi si accosteranno al bacio della pace e alla Comunione, intoneranno i salmi, prenderanno posto nel coro (RB 63,1-4).

Se il bacio di pace deve essere dato anche agli ospiti, anche agli estranei che sopravvengono inattesi, esso però richiede che, insieme a questa apertura accogliente, ci sia anche un ordine e il suo rispetto, che ciascuno sia considerato per quello che è, per il posto che occupa in comunità, per il ruolo che vi esercita e che gli è stato assegnato. L’apertura accogliente non può contrapporsi alla disciplina di un ordine, e d’altra parte l’ordine non deve degenerare in rigida chiusura. Benedetto conosce gli estremi e ci mette in guardia da essi, offrendoci la via della moderazione e della prudenza, del discernimento sapiente. È interessante notare, in questo passo come in tanti altri passaggi della Regola, che quando egli suggerisce dei criteri di discernimento, non si limita a un unico principio o a una sola norma, ma ne contempla diverse. In questo caso l’ordine è fondato sulla data di ingresso in monastero, ma anche sui meriti della vita personale, come pure sulle decisioni dell’abate, che a sua volta però non deve decidere in modo arbitrario o ingiusto. Ci sono più criteri, raccolti insieme, perché la pace la si cerca non con sguardi univoci o escludenti, ma nella capacità di discernere avendo presenti principi e criteri differenti, che vanno tra loro confrontati e composti con prudente sapienza. Non si cerca la pace e non la si costruisce schierandosi solamente da una parte o dall’altra, ovvero seguendo un solo principio, per quanto giusto. La pace ha bisogno della capacità ad accogliere e armonizzare sguardi differenti, anche quando potrebbero apparire, all’immediato, alternativi e difficilmente componibili.

  1. L’ultima ricorrenza del termine pax la troviamo al capitolo 65, dedicato alla figura del priore, la cui scelta, se fatta con criteri inadeguati, può causare gravi contrasti in comunità. Per evitare questo rischio, Benedetto ritiene necessario, proprio per tutelare la pace e la carità, che dipenda dalla decisione dell’abate l’organizzazione del suo monastero (cf. RB 65,11). Qui mi pare interessante, oltre al fatto che debba esserci un principio unitario e generativo, qual è l’autorità dell’abate, sottolineare come per san Benedetto l’organizzazione del monastero non può essere solamente finalizzata al suo buon funzionamento o alla sua efficienza; principale è un altro scopo: salvaguardare la pace e la carità. Importante anche questo binomio: pace e carità. Perché ci sia pace non basta che le cose sia ordinate nel giusto modo, è necessaria la carità. Non c’è pace laddove giustizia e carità non siano capaci di abbracciarsi e camminare insieme, come ricorda un versetto del Salmo 85 (84): «Amore e verità s’incontreranno, / giustizia e pace si baceranno» (v. 11).

Il Magistero dei Papi ha insistito su questo aspetto, anche nei messaggi per la Giornata mondiale della pace che si sono susseguiti in questi decenni in occasione del 1 gennaio di ogni anno. Torno a citare Martini, in una riflessione, credo ancora inedita, proposta alla comunità dove ero prima di giungere a Montecassino. In quel periodo il Cardinale risiedeva, per alcuni mesi all’anno, a Gerusalemme ed era già allora molto attento e preoccupato per quanto accadeva in quella terra e in tutto il Medio Oriente.

È chiaro che bisogna osservare i rapporti di giustizia: questo donarsi gratuito comprende i rapporti di giustizia, il dare all’altro ciò che gli spetta. Ma il fermarsi lì, non basta. Io dico sempre, a proposito della nostra situazione nel Medio Oriente, che bisogna tenere insieme le due frasi di papa Giovanni Paolo II: ‘Non c’è pace senza giustizia’, questo è certamente la prima cosa, ma ‘Non c’è giustizia senza perdono’, cioè senza andare al di là, senza rinunciare a qualche cosa, senza dire ‘questo io lo lascio’.
Ed è per questo che non si arriva mai alla pace, perché ciascuno vorrebbe la giustizia perfetta, la giustizia completa, che però va a toccare il terreno dell’altro, il bene dell’altro, la memoria dell’altro. E quindi questo è anche una regola di sana convivenza umana.

Non c’è pace senza giustizia, ma non c’è giustizia laddove non prende dimora il perdono come forma alta, forse la più alta, della carità. Propongo un esempio banale, ma forse efficace. Pensate al motore di un’automobile o di qualche altra macchina meccanica: per funzionare bene i suoi ingranaggi devono essere perfetti, costruiti e assemblati nel giusto modo, ma questo non basta: occorre anche che ci sia dell’olio che li lubrifica, altrimenti si ingrippano, come si dice in linguaggio tecnico, e il motore si blocca, a motivo dell’eccessivo attrito e del conseguente surriscaldamento. L’olio che deve lubrificare anche il più giusto e perfetto degli ingranaggi è appunto l’olio della carità.

Ho citato e brevemente commentato i passaggi della Regola in cui risuona esplicitamente il termine «pace». Potremmo citare molte altre pagine – come ad esempio il capitolo 72 sullo zelo buono – in cui il termine pace non è presente in modo esplicito, ma che offrono comunque criteri indispensabili per accogliere l’invito del Prologo a cercare la pace e seguirla. Può essere però sufficiente quanto già detto, tenendo presente che i criteri offerti da san Benedetto non valgono solo per una vita monastica, da vivere nello spazio di un monastero, ma sono attuali e necessari per ogni forma di convivenza umana, da quelle a noi più prossime e familiari, a quelle più ampie e istituzionali.

I criteri suggeriti dalla Regola ricordano a tutti e a ciascuno che la pace va cercata e perseguita anche attraverso un personale impegno di conversione e di purificazione del cuore, per evitare di cadere negli inganni idolatrici e nella menzogna di una pace falsa; richiede la disponibilità e l’urgenza a vivere cammini di riconciliazione, qui e adesso, che non possono essere rimandati a domani, e neppure altrove, anche nel senso che la pace che desidero per altri luoghi e altri popoli rimane in stretta connessione con quella pace che io sono chiamato a operare qui e adesso nella mia vita e nella mia storia. Esige un’attenzione fattiva ai bisogni e alle necessità di ciascuno, che sono diverse e non sono omologabili; matura all’interno di un atteggiamento accogliente e ospitale, anche nei confronti del diverso o dello straniero; si radica nella relazione con un Dio che è Padre di tutti e con Gesù Cristo, che ha dato la sua vita per me come per l’altro e che proprio per questo non posso che considerare mio fratello, perché veniamo generati nella fraternità vera da uno stesso sangue versato per entrambi. Per questo motivo, come ricorda la Regola, non bisogna anteporre nulla alla preghiera e all’amore di Cristo. Infine, la pace ha bisogno di un giusto ordine, dunque di giustizia, ma anche di carità e di perdono. Sono tutti atteggiamenti che possiamo e dobbiamo assumere personalmente, nel concreto dei nostri giorni e delle nostre esperienze vitali.

Maestro di civiltà

C’è infine un terzo titolo che san Paolo VI usa nella Pacis nuntius per definire san Benedetto: lo chiama civilis cultus magister, «maestro di civiltà». Il termine magister, «maestro» evoca la dimensione formativa, educativa indispensabile per una civiltà di pace, per un culto e una cultura di pace, e dunque per coltivare la pace in tutti gli ambiti e le dimensioni della vita umana. Come d’altra parte è soltanto nella pace che può avvenire ed essere incisiva un’autentica azione formativa. San Benedetto vuole che il monastero sia anche scola, dominici scola servitii, così lo definisce al v. 45 del Prologo, una «scuola del servizio divino», che diviene in tal modo anche scuola dell’autentico servizio alla persona umana e alla sua vita civile. Nel messaggio inviato nel settembre del 2023 ai partecipanti al Simposio ecumenico presso l’Abbazia benedettina ungherese di Pannonhalma, papa Francesco affermava che

La Regola di Benedetto non contiene una trattazione sul tema della pace, ma piuttosto può essere adottata come ottima guida per un impegno consapevole e pratico a favore della pace. Il Santo Abate la scrisse pensando ai monaci, ma il suo messaggio va ben oltre le mura dei monasteri. Essa mostra come la convivenza umana, con la grazia di Dio, possa superare i pericoli dovuti a dispute e discordie. Lo sguardo di Benedetto è molto lucido circa le differenze e le disuguaglianze che esistono tra i membri della comunità. Egli conosce la complessità delle impronte linguistiche, etniche e culturali, che rappresenta allo stesso tempo una ricchezza e un potenziale di conflitto. Eppure, egli ha una visione serena e pacifica, perché è pienamente convinto della pari dignità e del pari valore di tutti gli esseri umani.
Anche gli hospites, ovvero gli stranieri, devono essere accolti secondo tale principio (cf. RB, 53, 1). «Onorare tutti gli uomini» (ibid., 4,8) è il fondamento della pace nella comunità monastica, così come nelle relazioni interpersonali, sociali e internazionali. «Si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore» (ibid., 72,4); e questo significa anche saper fare il primo passo in certe situazioni difficili. La visione di pace di San Benedetto non è utopistica, ma orienta ad un cammino che l’amicizia di Dio verso gli uomini ha già tracciato e che, tuttavia, dev’essere percorso da ciascuno e dalla comunità passo dopo passo.

Formare al servizio del Signore significa anche formare a questo sguardo di stima e di accoglienza, addirittura di «reciproco onore», che consente di percorrere, giorno dopo giorno, passo dopo passo, il cammino della pace. Torno ancora alla lezione del Cardinale Martini che, proprio nel periodo vissuto a Gerusalemme, toccando personalmente con mano i drammi che si consumavano e si continuano a consumare in quella terra, affermava che questa educazione alla pace passava necessariamente attraverso la disponibilità di ciascuno di imparare dal dolore dell’altro. E faceva riferimento in particolare all’esperienza del Parents circle, associazione che raccoglie insieme centinaia di famiglie ebraiche e palestinesi accomunate dalla tragedia di avere ciascuna nella propria casa un parente ucciso dalla violenza e dalla guerra. La pace, come ho prima ricordato, ha bisogno di giustizia, di carità, di perdono, ma anche di questa disponibilità ad ascoltare non solo il proprio, ma anche il dolore dell’altro. In un’intervista rilasciata all’Avvenire qualche mese fa, il Cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme della Chiesa cattolica, affermava che «oggi più che mai la prima forma di carità qui è l’ascolto»[3]. Precisava che ascoltare le ragioni dell’altro non significa condividerle. Occorre però imparare ad ascoltare: ascoltare le ragioni, ascoltare anche il dolore. La Regola di Benedetto, che si apre proprio con l’imperativo dell’ascolto – «Ascolta, o figlio» (Pr 1) – si offre come grande scuola dell’ascolto e in questo modo diviene anche grande scuola per la pace.

Non c’è tempo e modo per approfondire ora questo tema, basta averlo evocato, insieme ad altri temi che, come ho cercato di mostrare, non concernono solo i rapporti tra gli stati, le diplomazie, i tavoli di pace, che non solo sono necessari ma diventano sempre più urgenti, riguardano tuttavia anche i nostri cammini personali e le nostre relazioni più prossime. San Benedetto è diventato padre e patrono d’Europa non preoccupandosi anzitutto di quanto accadeva su scala planetaria, ma avendo cura dei suoi monaci e della sua comunità. Anche noi possiamo portare il nostro contributo alla pace con la preghiera, certo, ma anche con questa attenzione vigilante alla nostra vita e ai nostri impegni più immediati e feriali. A ciascuno di noi è possibile dire parole di pace, intraprendere cammini di conversione e di purificazione del cuore, rimanere disponibili a riconciliarsi prima che tramonti il sole, lubrificare con carità e perdono gli ingranaggi, per quanto giusti e perfetti, delle nostre convivenze e dei nostri rapporti, ponendo attenzione ai diversi bisogni di ciascuno, in un’accoglienza ospitale delle differenze.

[1] C. M. Martini, Terrorismo, ritorsione, legittima difesa, guerra e pace. Discorso per la vigilia di S. Ambrogio 2001, Milano, 6 dicembre 2001. Il testo integrale del discorso, è ora disponibile ne I Meridiani della Mondadori: C. M. Martini. Le ragioni del credere. Scritti e interventi, a cura di D. Modena e V. Pontiggia, Mondadori, Milano 2011, 1659-1676; il testo qui citato è a pag. 1669. Il discorso ha trovato la sua prima pubblicazione in RDM 92 (2001), 1801-1814; può essere letto anche il Ricominciare dalla Parola, Discorsi, interventi, lettere e omelie 2001, EDB. Bologna 2002. I discorsi di sant’Ambrogio sono tutti raccolti anche in C. M. Martini, Parola alla Chiesa Parola alla città, EDB, Bologna 2002 e, fino all’anno 1996 incluso, in C. M. Martini, Alla fine del millennio lasciateci sognare, Piemme, Casale Monferrato 1997.
[2] C. M. Martini, Un grido di intercessione. Omelia nella veglia per la pace organizzata dalla Pastorale Giovanile, Duomo, 29 gennaio 1991, Centro Ambrosiano, Milano 1991, 22. Anche in RDM 82 (1991), 280-289 e in C. M. Martini, Cammini di libertà. Lettere, discorsi e interventi 1991, EDB, Bologna 1992.
[3] «Ricostruire la pace partendo dai popoli», intervista al Cardinale Pierbattista Pizzaballa a cura di Nello Scavo, in Avvenire del 24.04.24, p. 2.