Festa della Natività della Beata Vergine Maria – Santuario Santa Maria dell’Isola di Tropea / 8 settembre 2026

 

Omelia del Padre Abate Luca Fallica nella Festa della Natività della Beata Vergine Maria presso il Santuario Santa Maria dell’Isola di Tropea.

 

 

 

Natività di Maria                                                                                                             8 settembre 2026

 

Letture: Mic 5,1-4a; Sal 12 (13); Mt 1,1-16. 18-23

 

Abbiamo pregato all’inizio di questa celebrazione con queste parole, che ho pronunciato a nome di tutti voi: «poiché la maternità della beata Vergine ha segnato l’inizio della salvezza, la festa della sua nascita accresca in noi la pace». Facciamo festa con questo desiderio: che la Vergine Maria, di cui celebriamo oggi la nascita, faccia nascere e crescere in noi il dono della pace. Possiamo chiederlo a lei con fiducia perché da lei è nato, come ci ha annunciato nella prima lettura il profeta Michea, «colui che è la pace». Annuncia più esattamente il profeta: «egli stesso sarà la pace». Non è soltanto colui che porta la pace, ma egli stesso è pace. Se non c’è pace nel mondo, certo è a motivo delle nostre bramosie di potere, della nostra volontà di potenza, della tentazione sempre ricorrente nei nostri cuori di considerare il diverso come un nemico, della difesa egoistica di interessi personali e circoscritti che ci impediscono di vedere e servire il bene di tutti, e di tante altre ragioni che ben conosciamo. Non possiamo però dimenticare che alla radice di tutte queste cause c’è proprio non lasciare spazio a Cristo, che è la nostra pace. Certo, Cristo è presente nel mondo, perché la vergine Maria lo ha generato nella nostra carne e nella nostra storia; la sua Pasqua, la sua risurrezione, lo hanno glorificato presso il Padre, ma al tempo stesso lo hanno definitivamente reso vivente e presente nelle vicende della nostra umanità e del mondo intero; Cristo è presente e operante, ma spesso noi trascuriamo la sua presenza, la dimentichiamo, la occultiamo, non l’accogliamo e non vi facciamo riferimento. Soprattutto, non ci convertiamo alle sue logiche, e lasciamo prevalere in noi, pensieri, ragionamenti, sentimenti, atteggiamenti, che anziché trame di pace intessono trame di guerra. Cristo è in mezzo a noi come la nostra pace, ma noi rifiutiamo il suo dono, o anche quando lo accogliamo, poi di fatto lo dilapidiamo, lo sprechiamo, gli impediamo di portare frutto.

Celebrare la vergine Maria deve allora significare per noi celebrare la regina della pace, colei che ha accolto, custodito e generato colui che è la nostra pace. La preghiamo oggi con insistenza di intercedere per noi e per la pace nel mondo, ma anche per la pace tra di noi, nelle nostre relazioni più prossime, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nei luoghi del nostro lavoro e del nostro studio, ma anche nei luoghi del nostro riposo e delle nostre vacanze. Ovunque ci siano tensioni e piccoli o grandi conflitti, la vergine Maria torni a generare per noi colui che è la pace, e soprattutto ci aiuti a convertirci dalle logiche che provocano guerra a quelle che costruiscono e diffondono la pace.

Più precisamente oggi la Parola di Dio che abbiamo ascoltato, in particolare il racconto di Matteo, ci offre due suggerimenti preziosi, da accogliere, custodire, mettere in pratica, perché Cristo, colui che è la nostra pace, sia davvero in mezzo a noi e pacifichi i nostri cuori, i nostri ragionamenti, i nostri corpi, le nostre gesta e azioni.

Il primo suggerimento. Abbiamo ascoltato la genealogia di Gesù, con questa lunga lista di nomi, molti dei quali per noi sconosciuti, che ci è anche difficile pronunciare in modo corretto. Un testo che non sembra dirci nulla, o poco, e che invece ha un grande significato, perché ci ricorda che la nascita di Maria si inserisce nella storia della salvezza, che con pazienza Dio ha preparato nel corso dei secoli. Maria non nasce come un fungo isolato; certo, lei ha una sua singolarità unica, irripetibile, non imitabile, ma sta comunque dentro una storia, che si è sviluppata di generazione in generazione e ha preparato nel tempo, con la pazienza di Dio, la nascita di Maria, dalla quale, nella pienezza del tempo, è nato Gesù.

I nomi, come dicevo, sono tanti, ma Matteo ci aiuta a contarli, e lo fa in alcuni versetti che il brano liturgico omette. Scrive infatti: «In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici». Matteo, da buon ebreo, è attento ai numeri e al loro significato. Abbiamo tre volte una serie di quattordici nomi. Possiamo anche intuire che dietro c’è un simbolico numerico: tre volte quattordici può anche significare sei volte sette. «Sei» e «sette»: due cifre importanti nel simbolismo biblico: «sette» è infatti il simbolo della perfezione, soprattutto della perfezione e della pienezza del tempo, poiché sono sette i giorni di una settimana. «Sei», al contrario, è un simbolo di incompiutezza e di disordine, proprio perché manca ancora qualcosa per giungere alla perfezione del sette. Manca poco, ma qualcosa comunque manca. «Sei» non è «sette». Nella genealogia di Matteo, che racconta la storia che precede la nascita di Gesù da Maria vergine, abbiamo allora questo gioco numerico e simbolico: «sei», l’imperfezione, incontra il «sette», la perfezione. Detto in altri termini: il «sei» simboleggia il disordine presente nella storia umana, la sua incompiutezza, il suo essere segnata, come dicevo prima, dalle guerre e da tanti altri flagelli, come le disuguaglianze sociali ed economiche, le discriminazioni razziali e religiose, la coercizione della libertà, eccetera. Ma in questo disordine entra il «sette di Dio», vale a dire il suo ordine, la sua salvezza, la sua pace. Così ci viene proposto un primo suggerimento da vivere: la fiducia. Spesso i nostri sforzi sembrano inconcludenti, le nostre volontà incapaci di desiderare e di impegnarsi per il bene di tutti. Ma in tutto questo nostro disordine e incompiutezza, dobbiamo lasciare spazio all’agire di Dio, che viene a mettere ordine, a dare quella pace che il mondo non sa darsi e che noi dobbiamo sempre invocare come dono dall’alto, come dono di Dio che scende dall’alto e non come impegno che noi costruiamo dal basso.

Tuttavia, questo dono è offerto alla nostra libertà, affinché sia la nostra libertà ad accoglierlo in modo responsabile, senza vanificarlo, ma al contrario, consentendogli di portare un frutto abbondante. Ce lo insegna la vergine Maria, che non solo ha accolto Gesù nel suo grembo, ma si è lasciata lei stessa mettere in gioco, imparando dal proprio figlio come collaborare con lui per la piena attuazione della nostra salvezza. Lei, nella sua fede, nella sua speranza, nel suo amore, ha consentito al figlio di Dio di venire nella nostra carne, affinché fosse in mezzo a noi come colui che è la nostra vera pace. Ce lo insegna la vergine Maria, ce lo insegna anche san Giuseppe, che non riesce subito a capire ciò che sta accadendo nella sua promessa sposa, ed è dunque assalito da dubbi, esitazioni, indecisioni. In particolare, non vorrebbe obbedire alla Legge che lo costringerebbe a ripudiare Maria, esponendola alla grave punizione riservata alle donne adultere. Mentre vive questa esitazione e questo combattimento interiore, ecco che gli appare l’arcangelo Gabriele, liberandolo da ogni dubbio. Vorrei però sottolineare il modo con il quale Matteo descrive il combattimento interiore di Giuseppe: «Mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore». Ci sono questi due verbi che Matteo accosta in modo sorprendente, se non sconcertante: nello stesso tempo Matteo «considera» e «sogna». Cioè ragiona, si interroga, mette a frutto tutte le sue qualità umane e spirituali, dall’intelligenza al cuore, ma al tempo stesso sogna. «Considerare» è il verbo della nostra intelligenza che si interroga, ricerca soluzioni, discerne come agire; «sognare» è il verbo di chi si apre alla visione di Dio, spesso così differente rispetto ai nostri ragionamenti umani. Per costruire la pace, per accogliere in mezzo a noi colui che è la nostra pace, dobbiamo tenere insieme i due verbi: dobbiamo ragionare, ma nel tempo stesso aprire i nostri ragionamenti per farli incontrare con la diversa visione di Dio.

Mi piace pensare e riflettere su questi temi mentre stiamo celebrando in questo santuario di santa Maria dell’Isola. Esso guarda verso la città di Tropea, verso il litorale, là dove vivono e lavorano uomini donne e pulsando di vita i nostri paesi. Al tempo stesso si protende verso il mare, verso un orizzonte che sembra infinito e pare evocare l’orizzonte stesso di Dio. Maria ha vissuto così. Anche noi dobbiamo vivere così: guardando alla nostra storia, considerando come in essa dobbiamo operare, ma al tempo stesso, sognare, con lo sguardo che si protende all’infinito per accogliere la visione e i criteri di Dio, che devono purificare e convertire i nostri ragionamenti. E allora, vivendo così, entreremo nella pace e diventeremo capaci di portare pace, di testimoniare pace, di costruire pace, a partire dai nostri ambienti più vicini. La vergine Maria, che oggi celebriamo, interceda per noi e ci doni suo Figlio, colui che è la nostra pace, perché anche noi possiamo diventare pace.