Venerdì Santo 2024, l’omelia dell’abate di Montecassino

Venerdì santo
29 marzo 2024
Letture: Is 52,13-53,12; Sal 30; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

Ci siamo qui radunati per celebrare la Passione del Signore, che attraverso l’azione liturgica diviene attuale anche per noi e si apre per accoglierci nel mistero di quanto è avvenuto una volta per sempre. Siamo anche noi presenti ai piedi della Croce con i vari personaggi di cui ci ha narrato il racconto di Giovanni, con Maria, la Madre di Gesù, con sua sorella, con Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala, con Giuseppe di Arimatea e Nicodemo. In particolare, si sta attuando per noi in questo momento la grande promessa che Gesù fa nel Vangelo di Giovanni: «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Gesù è innalzato sulla Croce e ci attira a sé, anche se facciamo fatica a capire pienamente e ad accettare il senso di quanto avviene sul Golgota, a comprendere perché il Figlio di Dio abbia dovuto patire una morte così dolorosa e ripugnante. Di fatto, almeno in un primo momento, la croce non può che scandalizzarci e respingerci, disperderci, come i discepoli di Gesù sono stati dispersi. Ce lo ha ricordato anche il profeta Isaia nella prima lettura, in un testo che possiamo facilmente applicare al Crocifisso: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (Is 53,2-3).

Non ha bellezza per attirare i nostri sguardi, eppure il Crocifisso ci attira a sé, perché in lui intuiamo già, iniziamo a scorgere una bellezza diversa, incomparabile, mai contemplata fino all’ora del Calvario, ed è la bellezza di un Dio che nel Figlio dona se stesso per la nostra salvezza. È la bellezza di un amore che non trattiene nulla per sé e si dona interamente per coloro che ama, anche per coloro da cui patisce disprezzo, rifiuto, violenza. Probabilmente non capiamo completamente, eppure, questa bellezza paradossale ci attrae e ci fa camminare verso il Crocifisso, come faremo tra breve, per adorarlo e ringraziarlo. Per accogliere il suo dono che supera ogni altro dono, che supera anche ogni nostra immaginazione, attesa, speranza.

Del resto, non si tratta di pretendere di capire tutto, si tratta piuttosto di lasciarsi attrarre, perché è in questo movimento, in questo andare verso il Crocifisso, che pian piano potremo comprendere, se consentiremo al suo amore donato per noi di aprirci lo sguardo e la mente, di convertirci il cuore. Tra poco, la croce, o meglio il Crocifisso sarà portato in mezzo a noi per essere adorato. Sarà velato e verrà svelato progressivamente, a poco a poco, in tre momenti successivi, quasi a ricordarci che abbiamo bisogno di tempo, di un cammino graduale e progressivo, per comprendere il suo mistero che si svela e si rivela.

Questa celebrazione stessa, con la sua articolazione e la sua ritualità simbolica, ci offre alcuni strumenti che ci aiutano ad accogliere questa rivelazione e a comprendere il senso misterioso della croce. Ci indica alcune vie per farlo. In particolare ci offre quattro vie, quattro strumenti. Il primo è la liturgia della Parola, che abbiamo appena ascoltato. Il secondo è costituito dalla grande preghiera di intercessione che vivremo subito dopo questa omelia. Il terzo è il gesto di adorazione che seguirà, quando potremo baciare il Crocifisso. Il quarto, la comunione al corpo di Cristo, consacrato nella celebrazione del Giovedì santo, che concluderà questa nostra celebrazione della Passione del Signore.

Anzitutto c’è l’ascolto della Parola di Dio. Quando Gesù risorto, nel Vangelo di Luca, si mostrerà vivente ai discepoli radunati a Gerusalemme, spiegherà loro, come aveva già fatto con i due discepoli in cammino verso Emmaus, il senso della sua passione e della sua morte aprendo loro le Scritture. Possiamo intuire che Gesù stesso ha ricercato il senso di quanto ha vissuto e patito in questo ascolto obbediente della Parola di Dio. È la Parola di Dio che ci rivela il progetto salvifico del Padre, annunciandoci che questa morte non è la fine di tutto, ma è una porta aperta verso la vita vera, la vita piena, la vita eterna. È la Parola di Dio che può rischiarare anche le tenebre delle nostre sofferenze, angosce, paure, delusioni. Una parola che non solo rischiara, ma consola, sostiene, ci consente di vivere nella speranza vera.

Poi ci sarà la grande preghiera di intercessione, grazie alla quale pregheremo per tutte le necessità dell’umanità, in questo frangente tribolato di storia che stiamo attraversando. E questa preghiera ci ricorda che Gesù è morto intercedendo per tutti, per la salvezza e il bene di ogni persona, in ogni latitudine e tempo. Gesù ha trasformato la sua morte in una grande intercessione. Innalzato tra cielo e terra, tra la santità di Dio e la condizione di una umanità peccatrice, egli ha disteso le braccia, per portarci tutti al Padre, in un perdono che ci riconcilia a lui e ci riconcilia tra di noi, e prende su di sé ogni nostro peccato, ogni nostra sofferenza. San Cirillo di Gerusalemme, in una sua catechesi battesimale, afferma che Dio ha disteso le sue mani sulla croce per circondare i confini dell’universo. Dio in Gesù crocifisso ci circonda, ci abbraccia, ci consola, ci sostiene, ci custodisce, perché nessuno vada perduto.

Poi adoreremo il Crocifisso. Ci lasceremo attrarre, muovendo in processione e baciando il legno della croce. Nel Vangelo di Giovanni, come abbiamo ascoltato, i primi a lasciarsi attrarre sono Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, che vanno a prendere, ad accogliere scrive più esattamente l’evangelista, il corpo di Gesù per deporlo in un sepolcro nuovo. Giuseppe e Nicodemo sono giudei, sanno bene che, secondo la legge di Mosè, entrare in contatto con un cadavere significava contrarre una impurità rituale che avrebbe loro impedito di celebrare quella sera la Pasqua mangiando l’agnello pasquale. Ma a loro questo non interessa più. Comprendono che il vero agnello pasquale è il corpo di Gesù, con il quale devono entrare in comunione per deporlo non solo in un sepolcro, ma nel proprio cuore, al centro della propria vita. Il loro è già un gesto che assume un sapore eucaristico. Entrano in comunione con il corpo di Gesù, donato per noi e per la nostra salvezza, come anche noi potremo fare al termine di questa celebrazione, accogliendo il corpo di Gesù nel segno del pane consacrato. E lo accoglieremo per deporlo in un sepolcro nuovo, qual è la nostra stessa vita, che deve lasciarsi rinnovare, trasformare, dalla vita di Gesù donata per noi.

Ecco il modo con cui questa celebrazione ci svela il senso della passione di Gesù e ci consente di lasciarci attrarre dalla sua bellezza. Gesù ha vissuto ed è morto ascoltando la parola del Padre e trovando in essa il significato della propria vita e della propria vicenda storica, ha trasformato la sua morte in una grande intercessione per la salvezza di tutti, ha donato la sua vita perché ciascuno di noi la potesse accogliere nella propria esistenza e diventare davvero creatura nuova, radicalmente rinnovata dalla sua obbedienza, dalla sua preghiera, dal suo amore, dall’offerta della vita fino alla croce.