Professione Monastica Temporanea in Abbazia – Omelia del 7 Dicembre 2025

Durante la Celebrazione solenne di questa mattina 7 Dicembre il novizio Francesco Attademo ha emesso la Professione Monastica Temporanea ricevendo l’abito monastico ed assumendo Dom Ambrogio come nuovo nome religioso.
Condividiamo il video ed il testo integrale dell’omelia del Padre Abate Dom Luca Fallica insieme ad alcune foto del Solenne Pontificale nella Basilica Cattedrale del monastero.
II Domenica di Avvento anno A – Professione temporanea di Francesco Attademo 07.12.2025
Letture: Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12.
Ho appena chiesto a Francesco che cosa chiede a Dio e alla Chiesa, mentre si appresta a emettere la professione temporanea dei voti monastici. Francesco mi ha risposto di cercare la misericordia di Dio e la grazia di servirlo nella nostra comunità monastica di Montecassino. La Parola di Dio che oggi ascoltiamo, in questa II Domenica di Avvento, in particolare la figura e la testimonianza di san Giovanni Battista, di cui ci parla la pagina del vangelo di Matteo, ci aiutano a comprendere meglio cosa significhi cercare la misericordia di Dio e come possiamo davvero servirlo. Del resto, sappiamo quanto sia importante san Giovanni Battista per san Benedetto e per tutta la tradizione monastica. Quando san Benedetto giunge a Montecassino, proprio qui, sul punto più alto del monte, costruisce un oratorio e lo dedica a san Giovanni Battista. In questo oratorio egli viene sepolto insieme alla sorella Scolastica e ancora oggi le loro spoglie mortali vi sono custodite e venerate. Noi stiamo celebrando proprio sopra l’oratorio di san Giovanni, e questa circostanza può diventare un forte richiamo simbolico per Francesco, affinché possa fondare la sua vita monastica, la sua ricerca, il suo servizio, su Giovanni Battista e sulla sua testimonianza, oltre che sul nostro padre e maestro san Benedetto, sul cui sepolcro sono edificati questo altare e questa chiesa.
Giovanni ha sulle labbra un annuncio fondamentale, che poi sarà ripreso da Gesù all’inizio del suo ministero: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». È una parola importante, tipica, per l’Avvento che stiamo vivendo. Attendiamo la venuta del Signore e dobbiamo farlo in un atteggiamento di conversione. La scorsa settimana, nella prima domenica di Avvento, c’è stato consegnato da Gesù un altro imperativo: pregate. Più esattamente Gesù aveva detto: «Vegliate», ma l’atteggiamento fondamentale della vigilanza è proprio la preghiera, tanto che spesso Gesù esplicita questo legame aggiungendo: «vegliate e pregate». Si attende il Signore, si veglia spiando i segni della sua venuta, anzitutto pregando. Dopo il verbo ‘pregare’, ci viene oggi consegnato un secondo verbo altrettanto importante: ‘convertirsi’. Sono due verbi tipici della vita monastica: san Benedetto, infatti, ci invita a non anteporre nulla all’opus Dei, cioè alla preghiera, che è opera di Dio in noi, e ad assumere l’impegno, come farà Francesco in questa professione, di convertire la propria vita, rendendola obbediente e stabile.
C’è in particolare una conversione che siamo chiamati a vivere, ed è, potremmo dire, la conversione della speranza. A essa ci richiama l’apostolo Paolo in ciò che scrive ai Romani, invitando loro e noi a tenere viva la speranza, in virtù della perseveranza e dalla consolazione che provengono dalle Scritture. Convertirsi alla speranza significa aprire occhi, mente, cuore, per riconoscere l’opera di Dio nella nostra vita personale e nella storia. Dio – proclama Giovanni – può suscitare figli di Abramo anche dalle pietre. Può dunque trasformare anche il nostro cuore duro come pietra in un cuore di carne, nel cuore del figlio. O, come ha profetizzato Isaia, può sempre far germogliare, anche su un tronco che sembra secco e inaridito, buono solo per essere gettato nel fuoco, un germoglio nuovo, ricco e fecondo di vita. Può suscitare anche l’impensabile, ciò che per il nostro impegno e i nostri sforzi appare irraggiungibile, come – è sempre Isaia a dircelo – far dimorare il lupo insieme con l’agnello; far sdraiare il leopardo accanto al capretto; far pascolare insieme il vitello e il leoncello, la mucca e l’orso.
Allora è possibile sperare, anche contro ogni speranza, perché a fondare la nostra speranza non sono le nostre possibilità, ma ciò che è Dio a operare, anche in noi e attraverso di noi. Accennavo poco fa al fatto che san Benedetto, nella Regola, definisca la preghiera opus Dei, opera di Dio. Non dobbiamo però dimenticare che nella tradizione precedente era la vita monastica in quanto tale, in tutte le sue attività e dimensioni, a essere definita opus Dei. Ma potremmo dire che la vita cristiana in quanto tale è opus Dei, opera di Dio più che opera nostra. Opera del suo Spirito, che non solo nel Messia atteso, ma anche nella nostra vita opera come spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Giovanni lo aveva promesso: «Io vi battezzo nell’acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me… vi battezzerà in Spirito santo e fuoco». Giovanni lo aveva promesso, Gesù lo ha realizzato, noi lo costatiamo nella nostra vita: siamo stati battezzati in Spirito santo e fuoco. Francesco, sei stato anche tu battezzato nello Spirito e nel fuoco, e ora lo Spirito ti conduce nella vita monastica, perché tu possa vivere in pienezza i suoi doni, in modo particolare i doni ricordati dal profeta Isaia, così che tutta la tua vita diventi opus Dei, opera di Dio.
Hai chiesto ci cercare la misericordia di Dio, di essere aiutato a farlo, grazie alla condivisione della nostra vita e agli insegnamenti della Regola, che ci invita a non disperare mai della misericordia di Dio. Dobbiamo però essere consapevoli che cercare la misericordia di Dio non significa soltanto cercare il perdono dei nostri peccati; più radicalmente significa desiderare e cercare un cuore nuovo. Significa lasciare che persino dalle pietre dure del nostro cuore Dio possa suscitare un cuore filiale che lo ama, lo serve, lo adora; significa sperare e attendere che anche sul tronco della nostra esistenza, così spesso inaridito dai nostri errori e dai nostri peccati, Dio faccia germogliare nuove e feconde gemme di vita. La Regola che ti impegni a vivere, e che tra poco ti consegnerò, san Benedetto stesso la definisce come una regola per principianti, per chi inizia. Essa sia anche per te segno di un nuovo inizio, che può germogliare sull’albero della tua vita, sull’albero della nostra stessa comunità, comunicandoci la potenza e l’energia della misericordia di Dio che fa sempre nuove tutte le cose. Dio ti doni il suo Spirito di sapienza, per discernere come egli agisce nella tua vita e assecondare nella tua libertà la sua opera. Ti doni il suo Spirito di intelligenza, perché tu possa comprendere la sua Parola e come metterla in pratica, nella perseveranza e nella consolazione che vengono da tutte le Scritture. Ti doni il suo Spirito di consiglio, perché illumini e sostenga le tue scelte, così che tu possa camminare nelle sue strade. Ti doni il suo Spirito di fortezza, perché tu possa perseverare nella via alla quale egli ti chiama, nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli che potrai incontrare. Ti doni il suo Spirito di conoscenza, perché tu possa conoscere e amare sempre più il suo volto, cercarlo con intenso desiderio, e nella sua luce conoscere in modo nuovo tutto ciò che la tua vita ti farà incontrare. Ti doni il suo Spirito di timore del Signore, perché tu possa avere sempre il senso del suo mistero e della sua trascendenza, per consegnarti con fiducia nelle sue braccia, come un bimbo nelle braccia di suo papà o di sua mamma.
Tra poco Francesco canterà un versetto del Salmo 119 (118), che san Benedetto stesso ci indica nella sua Regola: Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum et vivam, et non confundas me ab expectatione mea. «Sostienimi Signore, secondo la tua Parola e avrò vita, non deludermi nella mia speranza». Convertirsi alla speranza significa consegnare con fiducia la propria vita al Signore, perché egli la accolga nelle sue braccia, la sostenga e non la deluda nella sua attesa. Stiamo vivendo l’Avvento, che è una grande veglia, una grande attesa; con la sua professione, con la sua testimonianza e con gli impegni che oggi assume Francesco accoglie la promessa di Dio per la sua vita, promette anche a ciascuno di noi: non sarà delusa la nostra attesa, troverà compimento la nostra speranza.





















