Festa di Santo Stefano, primo martire – Omelia del 26 Dicembre 2025

 

L’omelia del Padre Abate Dom Luca Fallica.

Santo Stefano, primo martire                                                                                         26 dicembre 2025

 

Letture: At 6,8-10.12; 7,54-60; Sal 30; Mt 10,17-22

 

Celebriamo oggi la festa di santo Stefano, il primo martire. Può forse apparirci contrastante celebrare insieme, un giorno dopo l’altro, la gioia per la nascita di Gesù e la memoria di una morte violenta, quale quella subita da santo Stefano, il primo di quella che poi sarà una schiera incalcolabile di martiri. E a loro ricordo possiamo associare quello di tutti gli uomini e le donne ai quali la vita viene strappata in modo violento, ingiusto, in particolare a motivo del loro credo.

 

Eppure, il Natale ha bisogno anche di questa festa per rivelarci tutto il suo significato. Come già dicevo nell’omelia della notte di Natale, il cielo si apre sulla terra, per donarci il Figlio di Dio che entra nella storia, nella nostra condizione umana, e si fa uomo come noi, nascendo come un bambino, così come è nato ciascuno di noi. Ma poi il cielo non si chiude, rimane aperto, per accogliere anche noi e renderci partecipi della vita e della gloria di Dio. Così come ha accolto Stefano. In un’antifona di questa festa, la liturgia delle lodi ci fa pregare con queste parole: «Stefano vide i cieli aperti e vi entrò: beato l’uomo, a cui il cielo si schiude». Il cielo si schiude per accogliere Stefano così come si schiude per accogliere anche noi. E questo è il senso vero e pieno del Natale. Come ci insegna la tradizione della Chiesa: «il Figlio di Dio si è fatto uomo affinché noi potessimo diventare figli di Dio». Affermava il grande teologo dell’incarnazione, sant’Atanasio di Alessandria: «il Figlio di Dio si è fatto sarcoforo (cioè portatore della carne) affinché noi diventassimo pneumatofori (cioè portatori dello Spirito)». Sempre la liturgia del Natale ci parla di questo «admirabile commercium», di questo «Meraviglioso scambio! Il Creatore ha preso un’anima e un corpo… per donarci la sua divinità».

 

È quello che vive santo Stefano nel suo martirio. Come abbiamo ascoltato dal racconto degli Atti, egli, mentre viene lapidato, esclama: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». I cieli aperti, che egli contempla, sono aperti anche per accogliere la sua vita e glorificarla, nella gloria stessa di Dio, nella gloria del Figlio di Dio che si è fatto come noi perché noi potessimo diventare come lui. Anche questo mistero Stefano lo vive in pienezza, giacché muore come è morto Gesù, con le stesse parole sulle labbra, con i medesimi atteggiamenti nel cuore. Lo abbiamo ascoltato sempre nel racconto degli Atti. Stefano prega: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59). Gesù sulla Croce si rivolge al Padre, Stefano si rivolge a Gesù, ma le parole di affidamento sono le medesime. E prima della morte c’è il grido del perdono, tanto per Gesù quanto per Stefano: «Signore, non imputare loro questo peccato» (At 7,60).

 

Nel Vangelo di Matteo, che la liturgia di questa festa ci fa ascoltare, Gesù promette ai discepoli: «quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20). Morendo, Stefano ci rivela quali sono le parole che lo Spirito mette sulle nostre labbra nel momento della persecuzione e del martirio: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». «Signore, non imputare loro questo peccato» (At 7,59-60). Sono le stesse parole con le quali muore Gesù. Sono le parole dell’affidamento confidente in Dio e del perdono verso gli uomini, persino verso i propri persecutori, affinché il cielo possa rimanere aperto anche per loro. Sono le parole della riconciliazione e della pace, anche tra nemici.

 

E Stefano è morto così perché ha vissuto così, con la Parola di Dio nel cuore e sulle labbra. Egli, insieme agli altri suoi compagni diaconi, era stato scelto dagli apostoli e dalla comunità di Gerusalemme per il servizio delle mense. Eppure, gli Atti degli Apostoli ce lo mostrano mentre parala con sapienza, annuncia il Vangelo, testimonia a favore di Gesù. Egli è a servizio delle mense ma anche a servizio della Parola di Dio. Per Luca i due aspetti sono inseparabili. Come ci ricorda attraverso la celebre pagina dell’ospitalità delle due sorelle di Betania, Marta e Maria, il servizio di Marta, per non degenerare in affanno e agitazione dispersiva, ha bisogno dell’ascolto di Maria. Non si vive bene il proprio servizio, qualunque esso sia, se non lo radichiamo nella parola di Dio, ascoltata, annunciata, testimoniata. E la Parola di Dio mette anche nei nostri cuori e sulle nostre labbra le parole stesse di Gesù, le parole nelle quali Gesù è vissuto ed è morto. Parole che aprono i cieli e li mantengono aperti per accoglierci nella loro pace e nella loro vita senza fine.

 

Spesso il bambinello dei nostri presepi ha le braccia aperte. Di solito sono le mamme ad aprire le braccia per accogliere i loro piccoli e prenderli in grembo. Il bambino dei presepi è diverso, è lui ad aprire le braccia, è lui ad aprire il cielo, più ancora è lui il cielo aperto che ci accoglie nella vita che non muore.