Maria Santissima Madre di Dio – Omelia del 1 Gennaio 2026

Maria ss.ma, Madre di Dio 1 gennaio 2026
Letture: Nm 6,22-27; Sal 66 (67); Gal 4,4-7; Lc 2,16-21
Iniziamo il nuovo anno con più temi che si rincorrono e si sovrappongono in questa celebrazione eucaristica. Lo sguardo si fissa anzitutto sulla maternità di Maria, che veneriamo con il titolo di Madre di Dio e che l’evangelista san Luca ci presenta oggi nell’atteggiamento di «custodire tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Anche di suo figlio si continua a dire qualcosa: all’ottavo giorno, secondo quanto prescritto dalla Legge, gli viene imposto il nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo di Maria. E poi, da ben cinquantanove anni, per volontà di san Paolo VI, celebriamo in questo primo giorno dell’anno la Giornata mondiale per la pace, che nel suo messaggio papa Leone vuole che sia una pace «disarmata e disarmante».
Proviamo a sostare un poco su questi tre temi, cercando di cogliere un possibile filo rosso che li collega: l’atteggiamento di Maria; il tema del nome; l’invocazione della pace. Di Maria ci è stata già raccontata da Luca, nelle pagine precedenti del suo Vangelo, l’obbedienza alla parola di Dio, la profondità della sua fede che la rende beata, la sua straordinaria maternità che le consente di partorire nella nostra storia il Figlio di Dio. Oggi della sua figura spirituale Luca evidenzia un nuovo tratto: la sua capacità di custodire e meditare nel suo cuore tutte queste cose, che sono parole ed eventi, insieme. Meditare è detto in greco con il verbo sun-ballo, che significa tenere insieme, unire, impedire la separazione. È il verbo da cui viene il termine ‘simbolo’, e il simbolo è ciò che riesce a tenere insieme aspetti diversi, talora apparentemente contrapposti. Il contrario di sunballo è diaballo, separare, dividere, dal quale viene il termine ‘diavolo’, che è il grande divisore. La realtà è simbolica, non ha mai una sola faccia, e noi siamo esseri simbolici, chiamati a tenere insieme aspetti diversi che non possiamo mai assolutizzare, conservando una sola cosa e scartando tutto il resto. Farlo significa compiere qualcosa di diabolico. Il diavolo ci fa vedere o ci mostra un solo lato di un problema, una sola faccia di una situazione, un solo colore di una persona. Se il diavolo divide, Maria al contrario unisce, mette insieme, confronta, ascolta più voci, guarda con più occhi, interpreta quanto accade nella luce della parola dell’angelo, che ricorda, ma anche nella luce delle parole dei pastori, che ascolta. E per lei la parola dell’angelo non è più importante di quella dei pastori, né quella dei pastori più importante di quella dell’angelo. Ciò che importa, ciò che è davvero decisivo, è tenerle insieme, confrontarle, senza separarle.
Anche la pace la si invoca e la si costruisce in questo modo: tenendo insieme, accettando la tensione di poli diversi e talora contrapposti, che però vanno fatti dialogare l’uno con l’altro, senza dividerli, senza assolutizzare l’uno a scapito dell’altro. La verità non sta mai da una sola parte e non ha mai una sola faccia, e la verità, così come la pace, così come tutte le realtà importanti della vita, non la si trova senza la fatica personale di meditare, di confrontare per tenere insieme, accettando le polarità senza la pretesa di scioglierle o di eliminarle. Non c’è pace senza riconciliazione, e occorre saper vivere lo sforzo di riconciliazione in ogni ambito della nostra vita. Riconciliare significa non appiattire o uniformare tutto, riducendolo a un solo profilo; riconciliare significa raccogliere, radunare, tenere insieme, condurre nella pace anche ciò che è diverso o contrastante.
Invocare la pace ci chiede poi un secondo atteggiamento, che Luca ci ricorda sempre nel suo Vangelo: saper dare un nome. A Gesù viene dato un nome, che dice la sua identità, la sua singolarità, la sua dignità come è singolare ogni uomo e ogni donna che calcano la faccia della terra. La pace esige che a ogni uomo e a ogni donna, a ogni altra creatura e realtà, venga riconosciuto il proprio nome. La verità di quel nome, la dignità di quel nome. Attenzione: si tratta di riconoscere il nome, prima che di darlo nome. Dare il nome può diventare un atto diabolico, violento, quando esprime una volontà di possesso e di dominio. La Bibbia ci rende sempre molto vigilanti sulla tentazione, che è una pretesa, di dare il nome alle persone e alle cose, esercitando su di esse un potere e un dominio. Maria e Giuseppe non danno il nome al loro figlio, piuttosto lo riconoscono e lo accolgono, perché il nome viene dall’alto e dall’Altro, viene dall’angelo, dal cielo, da Dio. Ogni creatura ha la sua dignità e il suo significato non perché siamo noi a darglielo, ma perché vengono anche per loro dal cielo, sono generati da Dio, ed è Dio a dare loro il nome ed è Dio a custodirlo nella sua mano e nella sua memoria. Ed è Dio a benedire quel nome legando a esso il proprio nome, come ci ha ricordato nella prima lettura la benedizione di Aronne, per essere il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo. Il Dio che lega il suo nome al nome di ciascuno di noi. Questo è ciò che deve fare Aronne e che dobbiamo fare noi per benedire: porre il nome di Dio sugli altri. Legare il nome di Dio al loro nome, perché ogni persona appartiene soltanto a Dio. Noi non abbiamo alcun potere su di essa se non quello di porre su di loro il nome di Dio per benedirli nella santità di quel Nome.
Infine, invocare e operare per la pace significa riconoscere che in Gesù Dio stesso ci rivela il suo nome nuovo, e noi lo possiamo chiamare riconoscendo questo nome nuovo. Ce lo annuncia san Paolo: «Dio manda nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!» (Gal 4,6). Mentre il Figlio di Dio riceve il suo nome umano, Gesù, dona a Dio la possibilità di ricevere da noi un nome nuovo: Abbà. Papà. La pace ha bisogno anche di questa capacità di chiamare Dio con il nome di Padre, a condizione di riconoscerlo come Padre mio come Padre nostro, come Padre di tutti. Ogni guerra è un crimine contro l’umanità, ed è anche un crimine contro Dio, perché gli neghiamo questo che è il suo nome più vero, la sua gioia più piena: quella di essere Padre e Padre di tutti. Noi bestemmiamo il nome di Dio ogni volta che gli neghiamo di essere Padre. E lo facciamo in tanti modi, non solo nei grandi conflitti o nelle guerre tra i popoli, ma anche in atteggiamenti più quotidiani e circoscritti, molto prossimi alla nostra esperienza. Anche su di essi dobbiamo vigilare per invocare la pace con sincerità di cuore e con mani pure.
Maria, la Madre di Dio santissima, ci custodisca nella sua maternità e ci insegni a vivere come lei nella capacità di custodire ogni cosa meditandola dentro di noi, così che il nostro cuore sia un cuore pacificato e diventi sorgente di una pace che si irradia e si espande attorno a noi.

