Solennità di Pentecoste in Abbazia. Omelia del 24 Maggio 2026.

Pentecoste 24 maggio 2026
Letture: At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23
Nel Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato Gesù per due volte saluta i suoi discepoli, ancora intimoriti, dicendo loro: «Pace a voi». Quello di Gesù, tuttavia, è ben più di un saluto. Egli dona loro la pace, quella pace che il mondo non sa dare, e che Gesù invece può davvero donarci. Pace a voi. E questo dono della pace produce un duplice frutto: la comunione e la missione. I discepoli gioiscono nel trovarsi di nuovo attorno a Gesù, nel vederlo di nuovo, risorto e vivente, in mezzo a loro. Quella di cui godono è la gioia della comunione, è la pace di chi di nuovo può ritrovarsi insieme a Gesù. Pensate a quanti sentimenti potevano esserci nel loro cuore subito prima di quel nuovo incontro. L’evangelista segnala il loro timore, la loro paura. Temono che i Giudei, così come hanno condannato a morte il loro maestro, possano far del male anche a loro, suoi discepoli. Ma certamente nel loro cuore c’era molto altro. Probabilmente il rimorso, per averlo tutti abbandonato e rinnegato. O forse la vergogna, per non essere stati all’altezza del compito che Gesù aveva loro affidato. Oppure la delusione e l’amarezza per tutto quello che era successo, che aveva mandato in mille pezzi i loro sogni e le loro ambizioni. Certamente anche la costernazione e il dolore per il destino atroce e la morte ignominiosa che aveva subito il loro amico e maestro. C’era tutto questo, nei loro cuori, e certamente ancora dell’altro, come possiamo facilmente intuire. Gesù viene e dice loro «pace». Dona pace anzitutto ai loro cuori, pacifica la ridda di sentimenti sbagliati che si agitavano e combattevano nel loro intimo, offre loro il suo perdono e la sua riconciliazione. Essi lo avevano abbandonato, ma lui non li abbandona. Rimane fedele alla loro vita, torna a incontrarli e nel perdono li chiama di nuovo attorno a sé. Dalla pace scaturisce anzitutto il dono di questa comunione.
Poi torna a dire loro «pace» e li invia in missione. «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». La pace che hanno ricevuto da Gesù la devono annunciare e testimoniare a molti altri, in ogni angolo della terra. Quel perdono che ricevono da Gesù adesso devono condividerlo con tanti altri fratelli e sorelle, perdonando loro così come loro stessi sono stati perdonati. «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati».
E dicendo pace, Gesù dona loro lo Spirito Santo. È già Pentecoste! Più precisamente, Giovanni racconta che Gesù soffia e dice loro: «Ricevete lo Spirito Santo». Gesù soffia su di loro così come Dio, il Padre, nel libro della Genesi, al sesto giorno, aveva soffiato su Adamo e questi era diventato un essere vivente. Ora è il Risorto a soffiare lo Spirito sui discepoli ed è una nuova creazione. Gesù è risorto dalla morte e fa rinascere anche noi, donandoci il suo Spirito. Ed è lo Spirito la nostra pace, colui che pacifica i nostri cuori; è lo Spirito che ci raduna intorno a Gesù, facendoci fare comunione con lui e tra di noi. È ancora lo Spirito che rimette i nostri peccati e ci permette di perdonare a nostra volta. È sempre lo Spirito che ci manda in missione, per testimoniare la risurrezione di Gesù, per annunciare il Vangelo, per perdonare i peccati, per riconciliare gli uomini con Dio e tra di loro. Lo Spirito ci raduna nella comunione attorno a Gesù e poi ci manda in missione per creare comunione là dove siamo inviati.
Accade la medesima cosa mel racconto degli Atti. Anche se con un linguaggio e con immagini molto diverse da quelle del Vangelo di Giovanni, i temi fondamentali vengono ripetuti e di nuovo sottolineati. Lo Spirito manda in missione: subito dopo avere accolto il suo dono, Pietro e i suoi compagni escono dal Cenacolo, soprattutto escono dalle loro paure e d esitazioni, escono dalle loro delusioni e amarezze, e nella gioia dello Spirito iniziano ad annunciare la Pasqua di Gesù. Ecco la missione che lo Spirito suscita. Parlano e tutti li comprendono, pur parlando lingue tra loro diverse. Sono tutti stupiti e fuori di sé per la meraviglia, poiché devono riconoscere che ciascuno li udiva parlare nella propria lingua nativa, nel proprio dialetto. La molteplicità delle lingue che spesso crea dispersione e divisione, ora invece, nella grazia dello Spirito, diventa il fondamento di una comunione rinnovata, che non cancella le differenze, le diversità rimangono, le lingue non si unificano ma rimangono molteplici e differenti, eppure ci si capisce ugualmente. Addirittura, si percepisce che l’altro, il diverso da me, posso ascoltarlo nella mia stessa lingua, e lui mi ascolta e mi comprende nella sua. Questo è il miracolo dello Spirito, il miracolo di una comunione, che non cancella le differenze, ma le fa convergere, così che ciascuno si senta capito e sperimenti la gioia di capire a sua volta la differenza dell’altro.
Nell’icona che ho qui accanto, l’unico Spirito, raffigurato in alto, si divide in tante lingue di fuoco, ognuna delle quali si posa su uno dei discepoli e su Maria stessa, la madre di Gesù. Come scrive san Paolo ai Corinzi: a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito. A ognuno lo Spirito si manifesta con un dono personale, con una lingua propria e singolare. Ma tutto questo non divide, anzi crea il bene comune, è per il bene comune. Dona pace. Perdona e riconcilia. Ci rende nuove creature.
Anche adesso, quando ungerò il capo dei cresimandi con il crisma, ripetendo le parole di Gesù nel Cenacolo, dirò: «ricevi il dono dello Spirito Santo, che ti è dato in dono». Ma prima di queste parole, pronuncerò il nome personale di ogni cresimando. Ciascuno, ogni nome, ogni volto diverso da quello degli altri, riceve un dono particolare e personale dello Spirito, e tuttavia ogni differenza non è per la divisione, ma per la comunione, non è per una ricchezza personale, ma per il bene comune, per il bene di tutti.
Oggi siete in tanti a ricevere la cresima. E questa Chiesa è piena di persone che celebrano con noi e con voi la Pentecoste. Celebriamo questa festa insieme. Poi ognuno di voi, immagino, farà festa nella propria casa, con i propri parenti e amici. O con la propria comunità. Sappiate però che la vera festa è qui, è ora, in questa Chiesa, in questo essere insieme attorno a Gesù, radunati insieme dal dono della sua pace, riconciliati e purificati dal fuoco del suo Santo Spirito.
Accogliete il dono dello Spirito nella pace, nella gioia, nella verità del suo significato. Egli doni pace a ciascuno di voi e alle vostre famiglie, ai vostri amici, a tutti coloro che vi sono più vicini. Lo Spirito vi faccia scoprire quali sono i doni personali che ciascuno di voi possiede, e vi insegni a viverli senza gelosie e invidie, senza egoismi e senza rigide difese, ma cercando il bene degli altri, il bene comune, il bene di tutti. Lo Spirito vi renda davvero persone di pace e di riconciliazione, capaci di perdonare e di lasciarsi perdonare, disponibili ad aiutarsi a vicenda, a non correre troppo veloci ma a camminare allo stesso passo, soprattutto adattandosi al passo di chi fa più fatica. Lo Spirito vi renda testimoni della Pasqua di Gesù, non perché dobbiate fare chissà cosa, ma perché in tutto ciò che fate possiate agire con sincerità e trasparenza, senza vergognarvi di Gesù, ma riconoscendo in lui un amico prezioso, un tesoro inestimabile, colui che vi dona gioia, e che comunque non vi abbandona, anche quando può capitare che vi scordiate un po’ di lui. Egli è fedele, non si scorda di nessuno di voi. Io, per dire il vostro nome, fra poco avrò bisogno del suggerimento dei vostri padrini o madrine. Gesù non ne ha bisogno, conosce davvero il nome di ciascuno di voi, e lo pronuncia con amore, come un amico pronuncia il nome dell’amico più caro. E anche voi abbiate sempre la gioia di pronunciare il suo nome, il nome di Gesù, come il nome dell’amico che vi è più caro.
















