Solennità del Corpus Domini – Omelia del 7 Giugno 2026

 

 

 

 

Corpo e Sangue del Signore -anno A                                                                                  7 giugno 2026

Letture: Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

Celebriamo oggi il mistero del Corpo e del Sangue del Signore Gesù, realmente presenti nel pane e nel vino che benediciamo e consacriamo nel suo Nome e nella potenza dello Spirito Santo. Di questo pane e di questo vino ci nutriamo, perché la vita stessa di Gesù dimori in noi e noi possiamo dimorare in lui. In forza di questo mistero eucaristico possiamo giungere anche noi ad esclamare ciò che san Paolo scrive ai Galati: «non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Attraverso il passaggio della sua Pasqua, Gesù non è passato soltanto dalla morte alla vita, ma anche dall’essere un corpo personale al divenire un corpo mistico, un corpo ecclesiale. Un corpo del quale noi siamo le membra e lui è il capo. Mentre celebriamo il Corpo del Signore presente nel pane consacrato, celebriamo anche il Corpo di Cristo che noi diventiamo, nutrendoci di quel pane. Ce lo ha ricordato san Paolo nella seconda lettura, tratta dalla sua prima lettera ai Corinzi: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane». Mangiando il pane che è il Corpo di Cristo diventiamo anche noi un solo corpo, il corpo di Cristo. Come afferma sant’Agostino in un discorso rivolto ai neofiti che avevano ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana nella grande Veglia pasquale: «a ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il Corpo di Cristo, e tu rispondi: Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen». L’Amen che diciamo quando riceviamo nel segno del pane consacrato il corpo di Gesù ha dunque questo duplice e inseparabile valore: esprime la nostra fede nel corpo di Cristo presente nel pane; esprime però anche la nostra fede nel corpo di Cristo che noi diventiamo, di cui egli è il capo e noi le membra.

A questo corpo di Cristo che noi diventiamo nutrendoci dell’unico pane, oggi la liturgia consegna tre parole, sulle quali vorrei meditare insieme a voi. Le tre parole sono: memoria, comunione, vita eterna.

La prima parola: memoria. È l’imperativo che risuona nella prima lettura, tratta dal Deuteronomio. Ormai il popolo è giunto presso il Giordano, sta per guadare il fiume per entrare finalmente nella terra che Dio ha promesso ai suoi padri, sta per compiere un passo decisivo verso il futuro, ma la prima cosa che, attraverso Mosè, Dio chiede al popolo di fare è proprio ricordare. Fare memoria del passato per poter camminare verso il futuro. «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto». Non si tratta soltanto di fare memoria di un cammino, ma del cammino che il Signore ti ha fatto fare: un cammino di liberazione, di vita, pur attraverso la dura prova del deserto. Si tratta cioè di ricordare la storia della salvezza che Dio ha intessuto con noi, anche se essa è maturata dentro fatiche, difficoltà, sofferenze. Ogni Eucaristia che celebriamo è anzitutto un fare memoria. Ricordiamo la Pasqua di Gesù. La salvezza che Dio ha realizzato in Gesù e, mediante Gesù, per tutti noi, pur se attraverso la dura prova della croce e della morte. Celebrando l’Eucaristia noi celebriamo la memoria della Pasqua di Gesù, perché la Pasqua di Gesù trasformi la nostra esistenza, facendoci passare dalla morte alla vita, dalla sofferenza alla gioia, dalla disperazione alla speranza, dalla delusione alla consolazione. Ricordati! È l’invito che Dio rivolge ora a ciascuno di noi: è l’invito a ricordare la propria vita, il proprio passato, ma per scoprire che Dio è stato presente anche nella nostra storia con la sua salvezza. L’Eucaristia che celebriamo ci fa fare memoria della Pasqua di Gesù, affinché la Pasqua di Gesù ci consenta di ricordare in modo diverso la nostra vita, riconoscendola come storia di salvezza.

La seconda parola è comunione. L’ho già sottolineato: è la parola che san Paolo ci consegna nella seconda lettura. Mangiando dell’unico pane, noi entriamo in comunione con Dio e facciamo comunione tra di noi. Diventiamo un solo corpo con Gesù, il capo, e tra di noi, membra del suo unico corpo. Spesso Dio ci conduce nel deserto, che è la terra della grande solitudine, ma per farci entrare in una più vera comunione, con lui e tra di noi. La terra promessa non è tanto una terra geografica, è la terra della comunione, in Dio e tra di noi. È la terra della pace, della riconciliazione, del perdono, dove l’odio è disarmato dall’amore. Non possiamo celebrare con verità l’Eucaristia se non ci lasciamo da essa consegnare parole e gesti nuovi: parole e gesti di riconciliazione e non di divisione, di perdono e non di vendetta, di comunione e non di rivalità, di accoglienza e non di esclusione, di pace e non di guerra. Per questo motivo, ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, prima di comunicare al pane consacrato, prima di mangiare il corpo di Gesù, ci scambiamo il segno della pace, per accogliere con verità, senza ipocrisie, finzioni o menzogne, la pace che viene da Dio e che Dio ci dona facendoci mangiare insieme lo stesso pane, che è il corpo del suo Figlio Gesù.

Infine, ecco una terza parola che è il Vangelo di Giovanni a consegnarci: vita eterna. Noi mangiamo il pane per vivere. Ma il pane di cui ci nutriamo alle nostre tavole è come la manna che ha nutrito il popolo nel deserto: Mosè e i padri ne hanno mangiato, ma poi sono morti. Noi abbiamo fame di un pane diverso, che ci faccia vivere per sempre. È il pane che Gesù ci dona consegnando se stesso. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. […] Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me». Vivrà per me! Per me: cioè attraverso il mio dono, ma anche verso di me, in vista di me, proteso verso di me, per diventare sempre più somigliante al mio modo di essere, di vivere, di amare! Perché la vita eterna, nella prospettiva di san Giovanni, è proprio questa: non si tratta soltanto della vita che ci attende oltre la morte, ma la vita che gusto adesso, nel qui e nell’oggi della mia esistenza e del mio cammino nella storia, e che mi rende simile a Gesù, al suo modo di sentire, di pensare, di agire. Una vita di somiglianza che ci consente di vincere il peccato, che al contrario è la grande dissomiglianza. Una vita di somiglianza che non è frutto del nostro impegno o della nostra opera, ma è dono del pane che mangiamo, che nutre non solo la nostra vita, ma la nostra vita eterna, cioè la nostra somiglianza con Gesù. È ancora il grande sant’Agostino a ricordarcelo. Lo cito, ma attraverso le parole pronunciate da papa Benedetto XVI nella solennità del Corpus Domini di quindici anni fa, nel 2011: “Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: “Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Conf. VII, 10, 18). Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui. Questo passaggio è decisivo. Infatti, proprio perché è Cristo che, nella comunione eucaristica, ci trasforma in Sé, la nostra individualità, in questo incontro, viene aperta, liberata dal suo egocentrismo e inserita nella Persona di Gesù, che a sua volta è immersa nella comunione trinitaria. Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre anche agli altri, ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui».

L’Eucaristia, dunque, è memoria, memoria di Gesù, che ricordiamo per diventare sua memoria vivente; è comunione, ci rende un solo corpo in Gesù; è vita eterna, perché la nostra vita viene assimilata alla sua, che è il Risorto e il Vivente per sempre.