Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria – 15 Agosto 2026

Di seguito, l’omelia del Padre Abate Luca Fallica durante la celebrazione della Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria nella Basilica Cattedrale del Monastero.
Beata Vergine Maria, Assunta in cielo 15 agosto 2026
Letture: Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44 (45); 1Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56
Celebriamo oggi la solennità della beata vergine Maria, Assunta in cielo. A lei è dedicata questa Chiesa, insieme a san Benedetto. Mi pare significativo ricordarlo, perché la vita monastica, così come l’ha compresa san Benedetto e come ce l’ha consegnata nella sua Regola, è una vita protesa verso la vita eterna. Lo abbiamo pregato all’inizio di questa celebrazione, chiedendo a Dio di «poter vivere in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni». Rivolti dunque a quel Regno dei cieli nel quale Maria è stata già glorificata, nel momento stesso della sua morte, senza che il suo corpo subisse la corruzione del sepolcro. Da subito, come ci mostra l’icona posta accanto all’ambone, è stata accolta tra le braccia del Figlio Risorto. Ma come lei anche noi saremo glorificati in Gesù e nella sua Pasqua, anche se non subito, ma attraverso il passaggio della morte e dell’attesa. Ce lo ha ricordato san Paolo scrivendo ai Corinzi, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura: «Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo». Alla sua venuta, tutti noi, che gli apparteniamo. E Maria, che appartiene a Cristo e al suo mistero di redenzione in un modo del tutto unico e singolare, non deve attendere come noi la sua venuta: ha già ricevuto la vita eterna in Cristo. Lei lo ha generato nella nostra carne, egli ha generato sua madre alla vita eterna.
Per questo motivo, contemplando il mistero di Maria assunta in cielo, non solo pregustiamo sin da ora ciò che ci attende, ma comprendiamo come vivere qui e ora la nostra vita, come percorrere il grande viaggio della nostra storia personale, con quali atteggiamenti, sentimenti, comportamenti siamo chiamati a giocare adesso la nostra esistenza, nella luce del compimento futuro che attendiamo con speranza.
Non si tratta solo di comprendere il destino che ci attende, ma di far sì che esso illumini, dia senso e orienti adesso la nostra vita concreta. Il mistero di Maria, colto e compreso nella luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, ci suggerisce qualche indicazione preziosa. La cogliamo ripercorrendo le letture che abbiamo ascoltato.
Nella prima lettura, tratta dall’Apocalisse, ci viene mostrato quello che il libro stesso definisce «un segno grandioso nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle». Questa donna è certamente la madre di Gesù, Maria, ma è anche la Chiesa, la comunità cristiana. Ciò che più importa è che sia rivestita di sole. Il sole è un simbolo cristologico. È Gesù Cristo il vero sole che illumina, riscalda, fa vivere ogni persona umana. Maria si lascia da lui rivestire, ma questa è la condizione di ogni battezzato, come afferma san Paolo nella lettera ai Galati: «quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27). Il vestito, quando è bene fatto, aderisce perfettamente al corpo. Così deve essere la nostra vita, pienamente aderente a Cristo. San Benedetto esprime questa idea quando ci sollecita a non anteporre nulla all’amore di Cristo, a non avere niente di più caro di Cristo. Solo amando Cristo sopra ogni cosa, non solo aderiamo a lui, ma aderiamo anche a noi stessi, alla nostra verità, a ciò che davvero siamo. Ha affermato san Paolo VI, con parole molto belle ed efficaci: «Senta ognuno e ripeta: [Gesù] è la mia vita, è il mio destino, è la mia definizione, giacché anch’io sono cristiano, anch’io sono figlio di Dio. La Rivelazione di Gesù svela a me stesso ciò che io sono». Lasciandomi rivestire di Cristo, divento ciò che già sono.
Questa donna rivestita di sole nell’Apocalisse deve poi combattere contro il drago. Chi non ha nulla di più caro di Cristo, non sopporta il male, l’ingiustizia, tutto ciò che è contro la logica evangelica. Non vi scende a compromessi, ma lo combatte. È un’altra condizione per vivere protesi verso i beni eterni, per consentire alla vita beata che ci attende di dare senso e orientamento al nostro cammino nella storia. E possiamo combattere il male, l’ingiustizia, le logiche perverse e menzognere del drago, con fiducia, perché aderendo a Cristo, aderiamo a colui che ha posto tutti i nemici sotto i suoi piedi, e per ultima vi porrà anche la morte. Combattiamo, sapendo di aver già vinto in Cristo e nella sua Pasqua. Quello che ci è chiesto è di discernere e deciderci con fermezza da che parte stare, se dalla parte di Cristo o della parte del drago. E questo non solo nei grandi eventi della storia, ma anche nelle piccole decisioni quotidiane. Intendiamo combattere contro il drago e le sue logiche di peccato e di morte, oppure siamo tentati di metterci dalla sua parte? Vogliamo stare dalla parte del drago oppure dalla parte della donna che si lascia rivestire da Cristo?
Infine, il Vangelo ci chiede non solo di combattere contro il male, ma di essere solleciti, di avere addirittura fretta, di sentire cioè tutta l’urgenza di compiere il bene, di fare la carità, di spenderci nell’amore fattivo e concreto. Come fa Maria, che si alza e va in fretta verso la casa della cugina Elisabetta, per prestare servizio a lei, donna anziana eppure gravida di una nuova vita. Maria si alza e va in fretta: alzarsi è detto con un verbo di risurrezione, con lo stesso verbo con i quali i Vangeli annunciano che Gesù si è rialzato dalla morte. Maria si alza, Maria è come se già risorgesse, per andare con fretta, con sollecitudine, a vivere verso Elisabetta il servizio della carità, la disponibilità piena e totale a fare il bene. E Maria può vivere questo servizio perché è consapevole che ad agire in lei e nella sua piccolezza è Dio stesso con la sua potenza. Per questo motivo può magnificarlo e cantare la sua gratitudine e la sua lode, come facciamo anche ogni giorno nella nostra preghiera, riprendendo le sue parole: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente». Chi vive proteso verso i beni eterni, non evade dalla storia, non fugge via dai propri impegni, ma diventa capace di compiere grandi cose, consentendo alla potenza di Dio di agire nella sua piccolezza e povertà. Dio, che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, che ricolma di beni gli affamati e rimanda a mani vuote i ricchi, riveste la nostra povertà della sua possibilità, perché possiamo fare grandi cose qui e ora, protesi verso la gioia futura.
Celebrare il mistero di Maria assunta in cielo ci deve insegnare questo: a vivere il nostro impegno quotidiano lasciandoci rivestire di Cristo, aderendo a lui con amore pieno e prioritario, così da poter combattere il male e operare con sollecitudine il bene, confidando nella possibilità di Dio che si manifesta nella nostra povertà e debolezza. Se viviamo con questi atteggiamenti del cuore, anche noi possiamo già ora cantare con Maria il nostro Magnificat, in attesa di poterlo cantare un giorno, a voce piena, con tutti gli angeli del cielo.



































