Cena del Signore – Omelia del 17 Aprile 2025

 

Cena del Signore                                                                                                                     17 aprile 2025

 

Letture: Es 12,1-8.11-14; Sal 115 (116); 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

 

In questa celebrazione viviamo il memoriale di quanto Gesù ha detto e fatto nella cena condivisa con i suoi discepoli, subito prima del suo arresto e della sua passione. Sono soprattutto due i gesti di Gesù sui quali siamo sollecitati a fissare la nostra attenzione. Il primo ci è stato narrato da san Paolo in ciò che scrive ai cristiani di Corinto: è il dono del suo corpo e del suo sangue nei segni del pane e del vino. Il secondo gesto ci è stato narrato dal Vangelo di Giovanni: Gesù lava i piedi ai discepoli. Entrambi i gesti esprimono quello che Gesù vive in quella cena e in tutta la sua passione. È sempre l’evangelista Giovanni a ricordarcelo, quando scrive: «Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Possiamo dare tante interpretazioni alla passione e alla morte di Gesù, tante sono le letture possibili, ma il Vangelo di Giovanni ci consegna questa chiave di interpretazione fondamentale: tutto ciò che Gesù vive, soffre, patisce, è rivelazione di questo amore che giunge sino alla fine, sino al compimento, come possiamo meglio tradurre il termine greco usato dall’evangelista. Un termine che ha comunque più significati: l’amore di Gesù giunge fino alla fine, cioè fino a donare tutto, persino la propria vita. L’amore di Gesù – è questo un secondo significato fondamentale – persevera sino alla fine, nel senso che Gesù continua ad amare anche quando riceve come risposta nient’altro che l’odio di chi lo uccide, il tradimento di chi lo consegna alla morte, l’abbandono di chi non riesce a seguirlo in questa ora tenebrosa. Gesù continua ad amare, e lava i piedi a tutti i suoi discepoli, che pure lo tradiscono, lo rinnegano, lo abbandonano. Infine è un amore che giunge sino al compimento, nel senso che diventa un amore che si compie in noi, e si compie come possibilità che ci viene donata di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amato. L’amore di Gesù si compie in noi rendendoci capaci di vivere quello che altrimenti rimarrebbe irrealizzabile, al di là delle nostre risorse e possibilità.

 

Gesù lava i piedi ai discepoli. Era necessario farlo in quel contesto storico, culturale, sociale, poiché si camminava a piedi nudi, o con calzature di fortuna, su strade polverose e dissestate. Ma questi piedi impolverati, stanchi, feriti, sono simbolo del cammino della vita di ciascuno di noi, che conosce tante prove, fatiche, errori, delusioni, peccati che segnano e feriscono la nostra esistenza. Gesù ci lava i piedi, perché cura e guarisce le nostre ferite, perdona i nostri peccati, dona una nuova possibilità e un nuovo inizio ai nostri sbagli, raddrizza i nostri percorsi spesso così incerti e tortuosi. Gesù si prende cura di tutto questo, ci guarisce, e lo fa con il dono della sua stessa vita. Giovanni narra che per lavare i piedi ai discepoli dapprima Gesù depone le sue vesti per poi riprenderle di nuovo. Sono gli stessi verbi che al capitolo decimo, nel discorso del buon pastore, Gesù usa per affermare che egli depone la sua vita nella morte per poi riprenderla di nuovo nella risurrezione. Gesù ci lava i piedi con il dono della sua stessa vita, ci cura e ci guarisce con la sua esistenza interamente donata, fino alla croce.

 

E questi piedi lavati, curati, fasciati dalla sua misericordia, non devono però fermarsi o semplicemente riposare, devono piuttosto rimettersi in cammino, su strade nuove, rigenerate dal suo amore pasquale. Devono rimettersi in cammino perché, come egli ci ha lavato i piedi, così dobbiamo fare anche noi: dobbiamo imparare a lavarci i piedi gli uni gli altri, come lui ha fatto per noi. E affinché possiamo camminare in questo modo, egli ci nutre con il pane della vita, con il suo stesso corpo e il suo stesso sangue. Egli ci nutre di sé, così che egli possa vivere in noi e noi possiamo vivere in lui. L’eucaristia ci conforma a lui, ci dona la sua forma, ci consente di condividere il suo modo di essere e di agire, il suo pensare e il suo sentire. Ci consente di vivere nella logica del «come»: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi; lavatevi i piedi gli uni gli altri, come io li ho lavati a voi.

 

L’eucaristia ci permette di entrare nel sapere stesso di Gesù, in quel suo modo di conoscere, di capire, di agire. All’inizio del suo racconto, due volte, con forza, Giovanni evidenzia il sapere di Gesù: Gesù, sapendo che era venuta la sua ora… sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani». Gesù sa, conosce il senso di ciò che deve vivere, compiere, dire. Gesù sa. Al contrario Pietro non sa, come non sanno gli altri discepoli. Tanto che Gesù dice a Pietro: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Al momento Pietro non sa, non comprende. Ma Gesù lava i piedi a Pietro come agli altri; Gesù dona il suo corpo e il suo sangue a Pietro come agli altri, perché possano giungere a capire, a sapere, quello che sa Gesù, cioè a vivere secondo la sua sapienza, secondo i suoi criteri di giudizio e di discernimento. Di fronte alla protesta di Pietro, che vorrebbe impedire a Gesù di lavargli i piedi, Gesù risponde: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Se non ti lasci lavare i piedi e se non ti lasci nutrire dal mio corpo e dal mio sangue, tu, o Pietro, ma questo è vero per ciascuno di noi, non potrai avere parte con me, non potrai essere in comunione con me, non potrai sapere quello che io so, non potrai amare come io ti ho amato, non potrai agire con i criteri che vengono dal mio amore e dalla mia obbedienza.

 

Dobbiamo vivere così questa celebrazione, come ogni altra eucaristia, con questo desiderio: che il sapere di Gesù diventi il nostro sapere, che il suo amore si compia in noi perché anche noi possiamo imparare ad amarci e a perdonarci, ad avere cura gli uni degli altri, a non giudicare, ma a guarire le ferite che incontriamo negli altri e a lasciarci a nostra volta guarire dal loro perdono e dalla loro cura.