Pasqua di Risurrezione – Messa del giorno

 

Pasqua di risurrezione – Messa del giorno                                                                               20.04.2025

Letture: At 10,34a.37-43; Sal 117,1-2.16-17.22-23; Col 3,1-4 Opp. 1 Cor 5,6-8; Gv 20,1-9

Probabilmente ci sorprende un poco la scelta della liturgia di farci ascoltare soltanto la prima parte del capitolo ventesimo di Giovanni, interrompendone la lettura sul più bello, quando Maria di Magdala incontra personalmente il Risorto e lo riconosce, dopo che si è sentita da lui chiamata per nome. Più che sull’esperienza di Maria, il racconto indugia su quanto vivono altri due discepoli: Pietro e un discepolo anonimo, che nel IV Vangelo è identificato non da un nome personale, ma da un titolo: il discepolo che Gesù amava. Corrono insieme, dopo che Maria ha dato loro la sconvolgente notizia dell’assenza di Gesù dal sepolcro dove era stato collocato; entrambi vedono le stesse cose, ma è diversa la loro reazione. Pietro osserva, si interroga, ma non giunge ad alcuna conclusione. Invece del suo compagno si dice che «vide e credette». In italiano traduciamo con lo stesso verbo – «vedere» – quelli che in greco sono due verbi differenti. Pietro «vede» con il verbo theoreo, da cui deriva il termine italiano ‘teoria’. È un vedere riflessivo, che ragiona, indaga, si interroga. È un vedere non solo con gli occhi, ma anche con l’intelligenza. Pietro vede e ragiona, ma non giunge a capire. Per credere non basta vedere e ragionare. Occorre uno sguardo diverso, lo sguardo del cuore.

Infatti, per il vedere del Discepolo amato l’evangelista ricorre a un verbo diverso – orao – che è il verbo del vedere contemplativo, che non rimane alla superficie, ma penetra nella realtà, scoprendone il significato più nascosto e recondito. È un vedere non solo con gli occhi o con la ragione, ma con il cuore, a condizione di non dare a questo termine un’accezione solo emotiva o sentimentale.  È un vedere con tutto il proprio essere, le proprie facoltà, anche la propria interiorità. Questo discepolo vede dei segni, ricorda e comprende le Scritture, e giunge a credere, anche se non vive un incontro personale con il Risorto, come accadrà nei versetti successivi per la Maddalena. Forse anche per questo motivo la liturgia ci propone questo racconto in questa Domenica di Pasqua: l’esperienza di fede di questo discepolo è più vicina alla nostra di quanto non lo sia l’esperienza di Maria di Magdala. Anche noi dobbiamo credere vedendo soltanto dei segni senza che il Signore ci si manifesti come si è manifestato a Maria di Magdala, e noi possiamo ascoltarlo e vederlo come lei ha potuto fare.

Alla fine di questo capitolo, dopo l’incontro con Tommaso del quale vince l’incredulità, il Risorto dice al suo discepolo divenuto finalmente credente: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Probabilmente qui Gesù si riferisce anzitutto a quel discepolo, al discepolo amato, che non ha visto eppure ha creduto, o meglio, ha visto solo dei segni ed è giunto a credere, e poi riferisce anche a noi, giacché siamo nelle sue stesse condizioni: anche noi dobbiamo credere pur senza vedere, o meglio vedendo solo dei segni, come è accaduto a quel discepolo anonimo, che rimane senza un nome personale, così che in lui possiamo rispecchiarci anche noi. Egli non ha un nome personale, ma ha il nome di ciascuno di noi, chiamati a vivere la sua stessa esperienza di fede: credere vedendo solamente alcuni segni.

E quali sono questi segni? Per noi non sono più i segni che il Discepolo amato ha saputo interpretare. Non sono più i teli e il sudario che egli ha potuto osservare. Ci sono comunque altri segni.

Anzitutto c’è il segno della Parola di Dio, della parola dell’Evangelo. Per incontrare il Risorto e credere in lui, occorre anzitutto aver compreso la Scrittura. È la Parola di Dio che ci consente di capire il mistero della passione di Gesù, quale sia il senso della Croce e di quel modo di morire, appeso al suo legno; è la Parola di Dio che ci guida all’incontro con il Risorto, garantendoci che egli non è rimasto prigioniero della morte e ora, essendo il Vivente, è presente nella storia, nella nostra vita, là può sempre essere incontrato.

Occorre poi riconoscerlo allo spezzare del pane, come accade nel Vangelo di Luca ai due discepoli in cammino verso Emmaus. L’eucaristia, proprio questa eucaristia che stiamo celebrando, è un grande segno che ci consente di incontrare il Risorto, di accoglierlo, di divenire un solo corpo con lui. Ascoltiamo la sua Parola, accogliamo il pane che egli spezza per noi, segno reale della sua presenza, della sua vita donata per noi, e facciamo comunione con lui e in lui tra di noi.

Ecco allora il terzo segno: siamo noi, che diventiamo un solo corpo comunicando allo stesso pane, che è il suo corpo donato per noi. Il terzo segno è la Chiesa, è la comunità dei discepoli. Maria di Magdala, dopo aver scoperto il sepolcro vuoto, non fugge via intimorita, ma va dai discepoli, da Pietro e dal discepolo amato, per portare loro il suo annuncio. E poi, quando il Signore risorto la chiamerà per nome e si farà da lei riconoscere, si sentirà inviare agli altri discepoli: «va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto» (Gv 20,17-18). Nella Chiesa vediamo e incontriamo il risorto grazie alla testimonianza degli altri credenti che con la loro fede sostengono la nostra fede, e sono a loro volta da noi sostenuti. Sostenuti dalla nostra fede.

Infine c’è un quarto segno che vorrei ricordare. Nel Vangelo di Giovanni il Discepolo amato giunge a credere non quando rimane a osservare, a vedere all’esterno, fuori dal sepolcro, ma quando vi entra dentro. Occorre entrare nel sepolcro, e anche noi siamo chiamati a farlo. Entrare nel sepolcro significa per noi entrare nella compassione per ogni forma di sofferenza che possiamo incontrare e di cui siamo chiamati a prenderci cura. Perché il Signore risorto continua a essere solidale con l’umanità sofferente, è presente nei suoi fratelli più piccoli che hanno bisogno del nostro aiuto. Anche lì siamo chiamati a vederlo, riconoscerlo, incontrarlo, per credere in lui, che ha sconfitto il male e la morte non evitandoli, ma attraversandoli, assumendoli su di sé per spezzare le loro catene.

Questi sono i segni certi della sua presenza, che consentono anche a noi di vederlo, incontrarlo, riconoscerlo, per lasciarci da lui guidare sulle vie nuove della vita che egli ci dona di percorrere.