21 Marzo 2026/ Transito di San Benedetto. L’omelia di S. Em. Card. Gugerotti nel Solenne Pontificale in Abbazia

 

Il Solenne Pontificale del Transito di San Benedetto è stato presieduto questa mattina nella Basilica Cattedrale da S. Em. Card. Gugerotti, Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali.

La Celebrazione è stata animata dalla Schola Cantorum Montis Casini.

Condividiamo il video ed il testo integrale dell’omelia insieme ad alcuni scatti della Solennità.

 

 

‘Reverendissimo Padre Abate, eccellenze, cari monaci, a cui si aggrega anche una piccola comunità dei miei monaci armeni, ospitati tanto caritatevolmente nell’abbazia di San Paolo, Pariega, Siredì e al Pai Unesu.
Carissime sorelle, fratelli, religiosi, religiose, autorità militari, civili, a tutti, a tutti con affetto, il benvenuto in questa che non è la mia casa e di cui io sono il primo ospite, devo dire, e per cui il mio ringraziamento va anzitutto proprio alla parte che ha avuto la bontà di pensare a me per servire in questo momento la gioia comune in questo meraviglioso evento di celebrazione e in questa casa che dà sola una storia.
Il transito, se non erro, dovrebbe essere avvenuto proprio a Montecassino.
Dunque siamo anche nella casa di San Benedetto, una casa benedetta ma nello stesso tempo una casa pericolosa. O meglio, una casa tranquilla per lui dopo un’altra casa pericolosa dove avevano tentato di ammazzarlo due volte.
E questo ci aiuta a fare piazza pulita di tutti quei romanticismi che ci portano a pensare a una vicenda tutta rosa e fiori legata alla presenza orante di un uomo straordinario e di sua sorella, che scelsero di vivere l’esperienza di Dio con una intensità e una forza capace di fondare il senso e gli stipiti stessi di questa nostra terra e di tutta l’Europa di cui San Benedetto è il fondatore.
La sua esperienza di vita è certamente un’esperienza più semplice e più complessa di quanto siamo abituati a contemplare nelle versioni barocche che hanno circondato la ricostruzione della sua esistenza e delle sue azioni.
Un uomo che fu eremita e poi fu, in qualche misura, il fondatore del cenobitismo, in Occidente, portando una regola meravigliosa per la sua semplicità e per la sua umanità.
Una regola fatta di cose minuziosissime, ma nello stesso tempo destinata a far star bene le persone che la ricevono, a sentirsi oggetto della misericordia di Dio. e quindi gioiosi come abbiamo sentito anche nelle letture di oggi. C’è una… sarebbero infinite le citazioni, ma persino coloro che vengono scomunicati, diciamo, dalla comunità per colpe anche gravi, fino a tre volte possono tentare di ritornare alla vita monastica per riprendere un ennesimo tentativo di conversione.
Pensate, oggi, che viviamo in un tempo di giustizia sommaria, abbiamo invece di fronte un modello di umanità e di rispetto della persona straordinariamente eloquente.
San Benedetto è una figura gigantesca, probabilmente tanto gigantesca quanto egli non vuole esserlo, ma succede sempre così. Un po’ anche all’attuale Abate sta succedendo la stessa cosa, mi perdoni, ma la persona più mite e ritirata viene messa al centro di una ricostruzione, di una ricollocazione, di un riscaldamento, e ce n’è di che in certe stanze, ma anche e soprattutto dei cuori.
Ecco, questa è la continuità della santità.
Chi vuole essere sul piedestallo della propria esemplarità, crolla. E chi invece viene pescato dalla semplicità della sua esperienza profonda di Dio, viene chiamato a condividerla e immediatamente diventa attrattivo, diventa realtà che accomuna, che crea comunità, che crea unità. Pensate a qualche elemento. Qui non è una conferenza quella che do, anche perché non sarei in grado di darla, ma qualche elemento che mi ha colpito particolarmente.
Quest’uomo è l’erede del crollo di Roma.
E mentre tutti guardavano cosa sarebbe successo, a nessuno è venuto in mente di cercare, nella semplicità di una spelunca, un uomo che pregava e pregava per tutti. Questo monastero, a leggere la storia che lo caratterizza, diventa un incredibile luogo d’incrocio, di incontri, di popoli che i predecessori avevano chiamati barbari e che furono sostanzialmente in dialogo e qualche volta anche in possesso di Montecassino per secoli e secoli.
E questa gente che veniva pensata, immaginata, come la parola barbaro suggerisce, che certo non si diede a loro, fu in qualche modo capace di continuare l’eredità dell’antica Roma imperiale, con tutta la ricchezza e il fulgore che aveva, proprio grazie al misero tramite di quest’uomo, che a sua volta prese alcuni dei suoi monaci e li mandò ad evangelizzare l’Europa intera. È straordinaria questa cosa. Se oggi molti popoli sono cristiani, si direbbe tutti teoricamente, ma molto teoricamente, in Europa, questo è in buona parte dovuto al monachesimo anche e soprattutto di San Benedetto. Questa è Europa.
Europa è un nome stranissimo. Si rifà al mito greco di una fanciulla che europea non era, ma era fenicia, e che, amata da Giove, si vide raggiungere dallo stesso Giove nelle vesti, nelle forme meglio, di un bue bianco, di un toro bianco, Ecco questa è Europa e adesso la terra dove si trovava questa Europa è straordinariamente e misteriosamente distrutta costantemente ogni giorno, Libano, dalle circostanze che ormai hanno in qualche modo travolto l’esperienza serena di una convivenza mondiale che forse non ci fu mai, ma che certamente non c’è ora.
E fu così che Benedetto divenne il patrono d’Europa.
Lui, che aveva mandato i suoi monaci a predicare Gesù, nell’Europa, era lo stesso che aveva fissato la stabilitas come caratteristica fondamentale dei suoi monaci. Cioè non si va di monastero in monastero, ma si rimane fissi nella casa di preghiera in cui si è stati chiamati. La stabilitas.
Eppure partivano per l’Inghilterra, partivano per la Germania, partivano per moltissimi altri luoghi.
Perché la stabilitas sa anche essere serva dell’evangelizzazione. E quando è necessario viene superata dalla legge dell’amore che copre tutte le altre, tutte le altre nostre regole date per prudenza, ma che non sono l’apogeo della nostra esperienza umana.
D’altra parte l’esempio dei monaci vaganti, di cui proprio San Benedetto parla nella sua regola, fu una specie di grande esperienza di evangelizzazione, ma anche una catastrofe universale, perché in termini analoghi delle azioni poco coerenti di questo monachesimo vagante parlano quasi tutte le letterature, comprese quelle orientali.
Ebbene, cari fratelli e sorelle, dov’è questa Europa di Benedetto? Dov’è? Voi la vedete?
Voi vedete una terra redenta quando si mette perfino a discutere se nella propria carta fondativa sia possibile parlare delle proprie origini cristiane?
Voi vedete un’Europa coesa intorno ai valori del Vangelo?
Una Europa unita nella comunione, come abbiamo sentito nella preghiera che Gesù fa al Padre per i Suoi? perché siano una cosa sola, forse siamo una cosa, forse siamo anche sola, ma non siamo una cosa sola. Eppure quest’uomo fu capace di creare, senza volerlo probabilmente, una civiltà nuova, come il monastero. Che cos’è il monastero? Una piccola città.
Un piccolo esempio di vita comune, dove si prega e si lavora, si dorme e si opera con il sole, quando si alza il sole, quando si corica il sole, che fu straordinariamente capace di bonifiche enormi, di lavoro della terra, di azioni sulla natura, assolutamente incomprensibili e più, e certamente neanche interpretate nel senso contemporaneo di questo naturalismo assoluto per cui bisogna difendere e si deve difendere dalla foglia fino all’animale, basta che non si tratti di una persona umana.
Una nuova città, al centro la chiesa, e poi questo luogo di abitazione, modesto, sobrio, poi  nacquero dei monasteri come questo, che sono castello, fortezza, monastero, tutto quello che la civiltà benedettina significò nella storia.
E le leggi furono questa regola. Che cosa si chiede? Al giovane o meno giovane che viene a bussare alle porte del monastero nella regola di San Benedetto.
Che cosa deve verificare colui che lo accoglie e al quale egli esprime il suo desiderio di diventare monaco? Che veramente cerchi Dio.
Non che l’abbia trovato, non che ne sia già un predicatore, non che sia già un principe, ma semplicemente che sia sincero nella sua ricerca di Dio. Perché, cari fratelli e sorelle, la ricerca è  già possesso, e non per merito, ma per dono.
Per dono. E se cerchi che ti viene dato, e ti viene dato dalla Signoria abbondante, regale, del Padre Eterno.
Dunque il monastero è un esempio di vita, il come pregare, il come riposare, il come vivere insieme, il come mangiare insieme, il come riposare, perché la preghiera, soprattutto solitaria, non deve essere eccessiva per evitare poi che vengano visioni piuttosto spurie, frutto semplicemente della perdita dell’uso della ragione.
Benedetto dunque chi è? Il nuovo Abramo. Abbiamo sentito nella prima lettura al quale viene detto vai, vai, lascia questa terra, vai ad essere animatore di una nuova civiltà.
E così ecco gli scrittori a Benedettini. Ecco i luoghi dove si traducono i classici, e non perché ci fosse il culto della classicità, concetto che si sviluppò molto più tardi, ma perché si facesse un’opera penitenziale utile alla società, quella di copiare i codici, che non è, ripeto, un gesto estetico, è un gesto profondamente quaresimale.
Questa Europa ha così bisogno di persone come San Benedetto, come questa grande figura, anche San Francesco in modo diverso, ma San Benedetto come segno di questa capacità di istituire templi, tabernacoli in mezzo all’umanità. Templi dioranti, come disse quel grande abate quando soppressero il monachesimo e disse, c’è posto per tutti nel mondo, tranne che per noi che preghiamo. Perché?
Che male vi facciamo? In che cosa andiamo incontro o ci scontriamo con le regole del potere?
Tutti siano una cosa sola.
Ecco l’annuncio del Vangelo, ecco la regola somma dei monaci, cari fratelli, e delle monache naturalmente. Siano una cosa sola, ma non perché si crea una specie di sdolcinata capacità di magnetismo reciproco, che poi finisce con l’essere manipolazione.
Ma perché il modello è la Trinità, ed è attraverso la Trinità che viene questo amore, ed è nel nome della Trinità che questo amore viene vissuto, e vissuto fino in fondo.
Perché più si tenta di cementare una comunità e meno ci si riesce. Più si affida al Signore e all’apertura del cuore umano, la capacità di essere trasparente all’amore trinitario, e più questo avviene senza bisogno di strategie.
Bella questa terza lettura, questa lettura del Vangelo, scelta proprio come messaggio fondamentale dell’essere monastico, ma anche dell’essere veramente umani. Fratelli e sorelle, la nostra umanità sta andando a rotoli.
Ci guardiamo poco. Siamo schiavi di un individualismo esasperato. E quando ci guardiamo, come si dice nell’Italia meridionale, tendiamo a cacciare il coltello.
Modello sommo di comunità, di capacità di costruzione di una vita ispirata da Dio e indirizzata verso Dio. Ecco, in questa nostra preghiera, in questa nostra Eucaristia, noi affidiamo all’amore di Dio, in particolare la comunità monastica di Monte Cassino, e poi tutti i benedettini. Abbiamo bisogno, bisogno estremo, di persone che trovino in Cristo la ragione per pregare per essere insieme e contemporaneamente per costruire una società meno disumana, meno egoista, meno bellicosa e più aperta a quel trascendente che è il destino che è riservato a ciascuno di noi. Quando si diventa vecchi si comincia a capire che la vita è un soffio.
Noi viviamo qualche giorno e se viviamo qualche giorno dobbiamo evitare la miopia di non sapere guardare lontano a ciò che sarà la nostra eternità, a ciò che è stato preparato per noi da Dio e che Egli custodisce ogni giorno aiutando aiutandoci a prendere la vitamina della grazia per poter essere solidi camminatori verso il banchetto eterno dove egli ci attende a braccia aperte.’