Domenica delle Palme e della Passione del Signore – Omelia del 29 Marzo 2026

 

 

L’omelia del Padre Abate dom Luca Fallica nella Celebrazione Solenne della Domenica delle Palme e della Passione del Signore nella Basilica  Cattedrale dell’Abbazia.

 

 

DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE – ANNO A                         29 marzo 2026

LETTURE: Mt 21,1-11; Is 50,4-7; Sal 21 (22); Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Entriamo con questa celebrazione nella Settimana Santa, nella quale rievocheremo gli ultimi eventi della vita di Gesù, che si sono compiuti a Gerusalemme, fino a culminare nei tre giorni del Triduo Santo, nella sua morte, sepoltura e risurrezione. Entrando in queste celebrazioni non possiamo dimenticare, o peggio ignorare quanto sta accadendo nella Gerusalemme odierna, in Terra Santa, in molte altre regioni del Medio Oriente, colpite dalla guerra, dalla violenza, da tutte le terribili conseguenze che i conflitti provocano, soprattutto nelle esistenze di tanti, troppi innocenti. Celebriamo la Passione del Signore, ma non possiamo dimenticare la Passione di tanti uomini e donne che vivono la Pasqua non solo nella liturgia, ma nella loro esistenza concreta.

Mi hanno in particolare colpito, direi ferito, le parole con le quali il Patriarca di Gerusalemme per i Latini, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha annunciato che quest’anno nella Terra Santa le celebrazioni pasquali saranno molto diverse dagli altri anni. Ha infatti affermato: «Alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. È una ferita che si aggiunge a tante altre inferte dal conflitto. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Se non possiamo riunirci come vorremmo, non rinunciamo alla preghiera. Questo è il momento di ricordare l’invito di Gesù ai suoi discepoli: “pregare sempre, senza stancarsi mai” (Lc 18,1)».

Mentre tornavo a leggere queste parole, mi risuonava nella memoria della mente e del cuore la domanda che il Vangelo di Giovanni poneva nel brano proclamato dalla liturgia ieri, sabato della V settimana di Quaresima. Penso in particolare ai suoi versetti conclusivi. Al capitolo 11, dopo il segno di Lazzaro e la decisione di Caifa e del Sinedrio di ucciderlo, Giovanni racconta che

Gesù non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?» (11,54-56).

Che ve ne pare? Verrà o non verrà alla festa? Di fronte a tanto male, quello dei nostri giorni ma anche a quello di tanti altri giorni di tanti altri luoghi, che siamo tentati di dimenticare, ma che non dobbiamo dimenticare, sorge il dubbio di fede: Signore, verrai alla festa? O ci lascerai soli, e allora non avremo nulla da festeggiare? Verrai, o ti sei ritirato così lontano, ti sei nascosto in una regione vicina al deserto, da non essere più con noi, in mezzo a noi, tra di noi, come uno di noi? Verrai alla festa?

Oggi abbiamo celebrato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Ieri il vangelo si concludeva lasciando aperta la domanda – «verrà alla festa?» –, oggi il vangelo ci risponde: sì il Signore entra a Gerusalemme, il Signore viene a far festa con noi. Anzi, viene non solo come un convitato, o l’invitato principale, ma come il motivo della festa, la sua ragione, il suo fondamento: viene come l’agnello pasquale immolato, senza il quale non è possibile far festa. Viene a ricordarci che per poter far festa abbiamo bisogno di mettere al centro delle nostre celebrazioni, della nostra preghiera, della nostra attenzione, lui, come agnello immolato, ma insieme a lui tutti coloro con i quali egli si fa solidale, si identifica, fino a prendere su di sé il loro peccato, il loro male, il loro dolore, la loro sofferenza, la loro morte. Verrà alla festa? Sì, il Signore viene alla festa. Ma non viene da solo, viene con molti altri, e come accogliamo lui nella nostra Gerusalemme, dobbiamo accogliere anche loro, metterli al centro della festa. E allora, ascoltando e accogliendo il loro grido, potremo anche noi cantare, gridare, il nostro alleluia, per squarciare e rischiarare di luce le tenebre, nella notte di Pasqua.

Il Signore viene alla festa, ci consente di far festa pur nell’oscurità di ciò che il mondo sta vivendo, perché egli viene come vita più forte della morte, come salvezza più forte del peccato, come comunione più forte di ogni dispersione.

Concludo allora questa breve riflessione, ricordando ancora le parole del Cardinale Pizzaballa, così da vivere questa nostra celebrazione in comunione con la Chiesa che vive e soffre e spera a Gerusalemme, che vive e soffre e spera in ogni altra latitudine della terra. Ci dice il Cardinale: «Desideriamo la pace, innanzitutto per i nostri cuori turbati. Solo la preghiera può donarla. […] La Pasqua, che celebriamo nel segno della passione, morte e risurrezione di Cristo, ci ricorda che nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola. Il sepolcro vuoto è il sigillo della vittoria della vita sull’odio, della misericordia sul peccato. Lasciamo che questa certezza illumini i nostri passi e sostenga la nostra speranza».

Gli ulivi, che abbiamo benedetto all’inizio di questa nostra celebrazione, sono stati testimoni silenziosi di due momenti particolari di ciò che Gesù ha vissuto a Gerusalemme. Lo hanno accolto nel suo ingresso festoso e gioioso nella Città Santa; lo hanno accompagnato e custodito nella preghiera desolata del Getsemani, sfigurata dall’agonia e dalla lotta. Portiamo questi ulivi con noi, nelle nostre case, perché ci accompagnino nel cammino verso la Pasqua. Gli ulivi, da quando la colomba di Noè è tornata all’arca portando un ramoscello di ulivo nel suo becco, segno della fine del diluvio, sono anche segno e annuncio di pace. Testimoniano che Dio trasforma l’arco della guerra, che insanguina la terra, nell’arco di luce disegnato in cielo, nell’arcobaleno della pace. Questi rami di ulivo, come hanno accompagnato la preghiera di Gesù nell’ora dell’agonia, accompagnino anche la nostra preghiera e sostengano la nostra invocazione per la pace. Incoraggino il nostro impegno per la pace, che inizia con la preghiera e si compie nei gesti quotidiani con i quali anche noi possiamo seminare pace nei solchi della nostra vita, delle nostre relazioni, e in questo modo anche nei solchi della storia. Amen.