Festa dell’Esaltazione della Santa Croce – Omelia del 14 Settembre 2025

 

Di seguito l’omelia del Padre Abate Dom Luca Fallica durante la Celebrazione di questa mattina in Abbazia.

Esaltazione della Croce                                                                       Montecassino 14 settembre 2025

Letture: Nm 21,4b-9; Sal 77 (78); Fil 2,6-11; Gv 3,13-17

 

In questa festa dell’esaltazione della Croce, siamo invitati a fissare lo sguardo non soltanto sulla Croce, ma anche, anzi soprattutto, sul Crocifisso, su colui che si è lasciato innalzare sul suo legno. E lo ha fatto, ci ha narrato il Vangelo di Giovanni, per rivelare quanto Dio abbia amato il mondo e continui ad amarlo. Lo ha amato fino a donare il suo Figlio per noi, e per la nostra salvezza, per la nostra liberazione. Nel Crocifisso innalzato sulla Croce Dio ci rivela la grandezza del suo amore, e in questo modo vince non soltanto la nostra morte, ma un male più radicale che insidia sempre la nostra vita, un male di cui ci ha parlato soprattutto la prima lettura che abbiamo ascoltato, tratta dal Libro dei Numeri.

Nel deserto il popolo è scoraggiato, demotivato, deluso: ha fame, ha sete, e non c’è pane, non c’è acqua. Ecco allora la protesta che si innalza contro Mosè e contro Dio stesso: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati da questo cibo così leggero», cioè dalla “manna”. Il popolo protesta, e la sua protesta diventa ben presto mormorazione contro Dio, addirittura sospetto su di lui. Il popolo sospetta di essere stato ingannato, da Mosè, ma soprattutto da Dio. È come se dicesse: «ci avevate promesso la libertà, e invece ci avete condotto a morire nel deserto. Sarebbe stato meglio per noi morire in Egitto: lì saremmo morti come schiavi, ma almeno con la pancia piena. E invece, dobbiamo morire qui, per mancanza di pane e di acqua». Fino a ora a guidare il popolo nel cammino di liberazione dall’Egitto era stata la sua fede. Israele aveva creduto che Dio lo volesse davvero liberare. Si era fidato della sua Parola e le aveva obbedito. Adesso invece la fede si trasforma in sospetto: Dio ci ha ingannato, Dio ci ha promesso libertà, invece, ciò che ci offre è la fame, la sete, la morte. Quante volte si affaccia anche in noi, credenti di oggi, questo sospetto su Dio, che Dio ci inganni, ci faccia cioè delle promesse, che però non è poi in grado di mantenere, e che dunque sia vano, inutile, se non addirittura pericoloso o dannoso credere in lui, fidarci della sua parola, confidare nelle sue promesse. E il sospetto si trasforma per gli israeliti in serpenti che li mordono e li uccidono con il loro veleno. È vero, il sospetto ci avvelena la vita, rovina le nostre relazioni, non solo quella con Dio, ma anche quelle tra di noi. Quando alla fiducia si sostituisce il sospetto, ecco che le relazioni si complicano, inaridiscono. Se si sospetta dell’altro anziché fidarci di lui, la relazione muore. Questo accade nei nostri rapporti umani e interpersonali, accade anche nel nostro rapporto con Dio.

Per rispondere a questa tentazione di Israele, per vincere il veleno del suo sospetto, Dio dona a Mosè un suggerimento preciso: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà morso e lo guarderà, resterà in vita». Il simbolismo è molto forte e suggestivo. Bisogna innalzare il serpente e guardarlo, cioè bisogna prendere in mano il sospetto che ci avvelena la vita, non lasciarlo strisciare per terra, nelle pieghe più oscure del nostro cuore, ma metterlo davanti a noi, guardarlo in faccia e innalzarlo, per interpretarlo nella luce di Dio e nella sua promessa. Soltanto allora il sospetto perde il suo veleno, perché in questa luce giungiamo a comprendere che Dio non vuole la morte, ma la vita. Soltanto la vita, e la vita piena, felice, beata!

Il Figlio dell’uomo deve essere innalzato e contemplato, perché solo in questo modo – fissando su di lui lo sguardo – vinciamo i nostri sospetti e giungiamo a comprendere la profondità dell’amore di Dio che ci dona la vita attraverso il dono del Figlio. «Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Gesù si lascia innalzare come il serpente per vincere il nostro sospetto su Dio e rivelarci il volto di colui che ci ama e non desidera altro per noi che la vita, e la vita in abbondanza.

Nella seconda lettura, tratta da quanto san Paolo scrive ai cristiani di Filippi, incontriamo il celebre inno cristologico, che ancora oggi la Chiesa continua a cantare e a pregare, dove risuona un’affermazione importante: Gesù, nel mistero della sua incarnazione, «dall’aspetto è stato riconosciuto come uomo». Più esattamente il testo greco nel quale san Paolo scrive dice: «dall’aspetto è stato trovato come uomo». Al capitolo successivo, Paolo parla di se stesso e della propria esperienza di fede, e giunge a esclamare: «Per lui [per Gesù] ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede». C’è ancora il verbo «trovare». Allora comprendiamo che Paolo è come se dicesse: «Gesù si è fatto trovare come uomo, perché anche noi fossimo trovati in Lui!». Questo deve essere il nostro desiderio, questo è ciò che davvero ci libera da ogni forma di male: dobbiamo lasciarci trovare in Gesù. Qui trova risposta la grande domanda che attraversa tutta la Bibbia, e che troviamo sulle labbra di Dio quando interroga Adamo dopo il suo peccato e gli domanda: «Adamo, dove sei?». E Adamo non sa, non può rispondere. Ora invece lo possiamo fare, sappiamo farlo!: guardando a colui che è stato innalzato sulla Croce, così come Mosè innalzò il serpente nel deserto, noi possiamo rispondere: Sono in Lui! Sono in Cristo. «Adamo, dove sei?» «Sono in Cristo, sono in lui» ed è in questo luogo che io ricevo vita, libertà, gioia, pienezza.

Cristo è innalzato sulla Croce, è innalzato nella gloria e nella luce del Padre, ma al tempo stesso è disceso dentro ciascuno di noi, è in noi, dentro di noi, affinché noi possiamo essere in Lui, dentro di Lui, con lui.

Chiediamo in questa Eucaristia al nostro Liberatore di liberarci davvero. Di liberarci soprattutto dal sospetto su Dio, che ci avvelena la vita, e avvelena le relazioni stesse che intrecciamo tra di noi. Dio vinca il nostro sospetto e ci conduca nella fede vera, nella fede autentica, nella fede che fa vivere, nella fede di chi, guardando il Crocifisso, fissando lo sguardo su di lui, comprende una sola cosa, ma è la sola cosa necessaria, quella che davvero fonda la fede vera e ci dona la vita in profondità: Dio ha tanto amato il mondo e continua ad amarlo. Non ci inganna, non ci illude con false promesse, non ci raggira con delle menzogne: egli ci dona davvero la vita e la vita in abbondanza. Ci accoglie in sé, perché anche noi ci lasciamo trovare in lui, e abitiamo in lui come nella nostra vera casa, una casa di libertà, una casa di amore, una casa di gioia. Una casa nella quale, come stiamo facendo in questa eucaristia, possiamo ascoltare la Parola di Dio e condividere insieme il Pane della vita. Allora possiamo vivere nella libertà autentica, perché egli davvero è il nostro Liberatore, colui che ci libera da male, e soprattutto dalla paura di essere stati ingannati. No, Dio non ci inganna, Dio ci ama e donandoci il Figlio ci dona la vita vera. Anche quando possiamo attraversare il deserto, o un tempo difficile, un tempo di prova, un tempo di paura, Dio è con noi e ci salva dal morso del serpente, che è il morso del sospetto, su di lui e tra di noi.