Festa della Presentazione del Signore – Omelia del 2 febbraio 2026

 

Presentazione del Signore al tempio                                                                                                           2 febbraio 2026

letture: Mal 3,1-4; Sal 23 (24); Lc 2,30-32

«Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire?» (Mal 3,2). Così si interroga Malachia, profetizzando il futuro giorno del Signore e il suo ingresso nel tempio. Chi potrà sopportarlo? Eppure, quando finalmente giunge, il Signore entra nel suo tempio portato sulle braccia da Maria e Giuseppe, e viene accolto dall’anziano Simeone, il quale lo prende a sua volta nelle sue braccia.

Chi potrà sopportarlo? Colui che nessuno può portare, si lascia invece portare. Colui che ci tiene e ci porta tutti nella sua mano, si consegna nelle nostre mani. Questo è il mistero del Natale e questo è il mistero anche dell’incontro di Dio con il suo popolo, che oggi celebriamo, quaranta giorni dopo la natività. Malachia invitava a temere questo giorno. Ed è vero, occorre temerlo, ma per un motivo del tutto diverso rispetto a quello che ci è più spontaneo immaginare. Occorre temerlo non perché si imponga con la sua forza, con la sua potenza, con il suo giudizio. Occorre temerlo per il motivo opposto, perché viene in modo così discreto, debole, ordinario, senza imporsi in alcun modo, tanto che possiamo rischiare di non riconoscerlo, e dunque di non accoglierlo.

Quanti neonati saranno stati portati al tempio in quei giorni? Molti probabilmente. Senz’altro più di uno. Eppure è proprio vedendo quel bambino, e non un altro, che Simeone può esclamare: «i miei occhi hanno visto la tua salvezza». Ma cosa hanno visto, Simeone? Cosa hanno potuto vedere i tuoi occhi? Hanno visto un bambino come gli altri, portato in braccio dai suoi genitori così come gli altri, anzi più povero degli altri, visto che per il sacrificio altro non avevano da offrire che una coppia di colombi, l’offerta dei poveri. Eppure è in quel bambino, non in un altro, che gli occhi di Simeone hanno riconosciuto la salvezza di Dio. Gli occhi e lo Spirito che dimorava nel suo cuore, e dal quale si lascia guidare, poiché – ci informa Luca – era andato quel giorno al tempio «mosso dallo Spirito». Il bambino si lascia portare dai genitori, Simeone si lascia portare dallo Spirito. È il mistero di un lasciarsi portare a rendere possibile l’incontro. Ogni incontro vero è generato da questa disponibilità a lasciarsi docilmente portare. A vedere perché non ci si fida soltanto dei propri occhi corporei, ma si ricorre e ci si lascia illuminare dai propri occhi spirituali. Tutti li abbiamo, ma non sempre li sappiamo utilizzare, e non sappiamo farlo proprio perché opponiamo resistenze a questo lasciarsi docilmente portare, per poter incontrare e riconoscere colui che a sua volta si lascia portare.

Egli viene come la luce di rivelazione per le genti, ma la sua non è una luce che abbaglia, che costringe ad aprire gli occhi, che si impone. Piuttosto è come la luce che abbiamo acceso anche noi all’inizio di questa celebrazione che rischiara appena il tuo cammino, e lo rischiara man mano che tu compi un passo dopo l’altro. Illumina la strada solo a chi cammina, non a chi rimane fermo.

Questo basta. Questo deve bastare. Il Signore Gesù è stato questa fiaccola, la Chiesa deve essere questa fiaccola, la stessa vita religiosa, di cui da trent’anni celebriamo la festa in questa giornata, deve essere questa fiaccola. Non una luce che acceca, e che rimane insopportabile, ma una luce che illumina perché accompagna, e accompagna perché si lascia portare. Come Gesù, vera luce per la rivelazione di Dio alle genti, che viene lasciandosi portare e lasciandosi accogliere anche dalle nostre braccia, affinché sia poi lui a portarci e a consegnarci nelle braccia misericordiose del Padre.