Solennità del Corpus Domini – Abbazia di Montecassino 22/06/2025

 

 

 

Corpo e Sangue di Cristo                                                                                                  22 giugno 2025

 

Letture: Gen 14,18-20; Sal 109 (110); 1Cor 11,23-26; Lc 9,11b-17

 

Carissimi fratelli e sorelle, celebriamo oggi uno dei misteri centrali della nostra fede e uno dei fondamenti della nostra vita cristiana, del nostro cammino verso il regno di Dio: riconosciamo che il Signore Gesù dona tutto se stesso, il proprio corpo, il proprio sangue, nei segni del pane e del vino. E noi, comunicando a questo pane e a questo vino, lo accogliamo nella nostra esistenza, fino a poter dire, come esclama san Paolo nella Lettera ai Galati, «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Inoltre, mangiando insieme il suo corpo e comunicando allo stesso calice, diventiamo anche noi un solo corpo. L’eucaristia, mentre ci fa entrare in comunione con Gesù, crea comunione tra di noi. Nutriti dal corpo di Cristo, diventiamo anche noi un solo corpo, il corpo di Cristo, il corpo di cui Cristo è il capo e noi siamo le membra. Come affermava il giovane teologo Joseph Ratzinger, il futuro papa Benedetto XVI, «l’eucaristia è davvero il sacramento della fraternità cristiana».

 

Abbiamo ascoltato, in ciò che san Paolo scrive alla comunità di Corinto ricordando le parole e i gesti di Gesù nell’ultima cena, anche questo ordine che il Signore consegna ai discepoli nell’imminenza del suo arresto e della sua Pasqua: «fate questo in memoria di me». Anche io ripeterò queste parole durante la grande preghiera di consacrazione: «fate questo in memoria di me». È un imperativo che ci impegna non solo a ripetere ritualmente le parole e i gesti dell’ultima cena; ci chiede molto di più: di diventare memoria vivente di Gesù, sia come singole persone, sia come comunità, comunità cristiane proprio perché comunità eucaristiche.

 

Diventare memoria vivente di Gesù significa cercare di assumere in noi le sue logiche e il suo pensiero, i suoi sentimenti e i suoi criteri di discernimento, i suoi modi di pensare e di agire, i suoi atteggiamenti profondi, tanto interiori quanto esteriori. In particolare, oggi il Vangelo di Luca, che abbiamo appena ascoltato, ci fa indugiare su alcuni gesti che Gesù compie. Sono descritti da cinque verbi, che ritornano in tutti i racconti di moltiplicazione del pane nei vangeli sinottici, ma anche nella narrazione dell’ultima cena, che Gesù condivide con i discepoli nell’imminenza della sua passione. Torno a rileggerli affinché possiamo farvi attenzione: «Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla».

 

Prende quel poco pane, forse potremmo dire meglio: lo accoglie. Non si preoccupa se è poco o se è tanto, accoglie quello che c’è, senza recriminazioni o rimpianti. Alza gli occhi al cielo: vive la povertà in comunione con il Padre, confidando in lui e affidandosi al suo dono. Pronuncia la benedizione, cioè rende grazie, ringrazia. Non invoca per quello che manca, ringrazia per quello che è già donato. Non chiede di più, benedice per quello che già c’è. Spezza il pane, cioè lo divide per condividerlo. E infine lo dona. A essere distribuiti sono solo quei cinque pani e quei due pesci, quel poco che c’è, che però viene donato dopo averlo accolto con gli occhi al cielo, nel rendimento di grazie e nello stile della condivisione. Allora persino il poco basta per tutti. Perché è un poco non trattenuto, ma donato; non rimane oggetto di recriminazione o di rimpianto, ma è motivo di ringraziamento e di benedizione; viene accostato non con lo sguardo ripiegato su di sé e sulla propria impossibilità, ma con lo sguardo alzato al cielo, verso il Padre e verso la sua possibilità.

 

Celebrare l’eucaristia, diventare memoria vivente di Gesù, ci chiede di diventare capaci di assumere nella nostra vita questi verbi, di vivere gli atteggiamenti, di ripetere i gesti che essi significano. Sono verbi semplici, quotidiani, eppure dobbiamo riconoscere che sono anche ardui, difficili o faticosi da vivere con fedeltà e coerenza.

 

Ecco allora che Gesù viene in aiuto alla nostra debolezza, alla nostra impossibilità, donandoci la sua possibilità, nutrendoci del suo stesso corpo, della sua stessa vita, abitando in noi con la potenza del suo amore e della sua grazia. L’eucaristia ci insegna che cosa fare, come agire, per diventare memoria vivente di Gesù. Ci consegna alcuni verbi tipici del suo modo di essere perché diventino anche i verbi della nostra esistenza quotidiana. Tuttavia, l’eucaristia non si limita a questo: non solo ci insegna, ma ci dona la possibilità di vivere quello che altrimenti rimarrebbe molto al di là delle nostre possibilità reali.

 

Torniamo a ricordare quello che san Paolo scrive alla comunità di Corinto: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese il pane…». Tutto accade nella notte in cui Gesù viene tradito dal peccato di Giuda, ma anche dal peccato degli altri discepoli, che stanno per rinnegarlo, come farà Pietro, o per abbandonarlo, come faranno tutti gli altri. Gesù risponde al peccato degli uomini, al nostro peccato, donando se stesso, consegnando la propria vita, il proprio corpo, il proprio sangue, nel pane e nel vino. Così egli ha agito allora, così agisce anche oggi: di fronte al nostro limite, alle nostre esitazioni, alle nostre paure, ai nostri smarrimenti, al nostro stesso peccato, egli torna a donare se stesso. Torna a donarci il suo corpo e il suo sangue, tutta la sua vita, affinché noi possiamo vivere in lui e di lui.

 

Non dobbiamo avere più paura dei nostri limiti, del nostro poco pane o del nostro poco pesce, il Signore lo fa bastare per tutti. E lo fa anche avanzare. A noi è chiesto di vivere con fiducia, con fede, con generosità, nella logica di quei cinque verbi: accogliere, con lo sguardo che si abbandona con fiducia al Padre, benedire e ringraziare, spezzare per condividere e infine dare, donare, senza trattenere per sé.