Venerdi nell’Ottava di Pasqua – Messa per Papa Francesco. 25 Aprile 2025

Venerdì nell’Ottava di Pasqua – Messa per papa Francesco
25 aprile 2025
Omelia del Padre Abate Dom Luca Fallica
Letture: At 4,1-12; Sal 117; Gv 21,1-14
Celebriamo questa eucaristia per papa Francesco, per la sua Pasqua, affinché sia pienamente partecipe della Pasqua del Signore Gesù, che ha voluto condividere la nostra morte perché noi potessimo condividere la sua risurrezione.
È indubbiamente significativo che papa Francesco abbia vissuto il suo ritorno al Padre il lunedì dell’Ottava di Pasqua, quando la Domenica di Risurrezione si dilata per otto giorni, che sono però un solo unico grande giorno, in cui, anche se con parole e linguaggi differenti, risuona sempre lo stesso annuncio: «Cristo è risorto, è veramente risorto». E in lui risorgeremo anche noi. Questa è la vera speranza, che non delude. Papa Francesco ci ha abituato ad ascoltarlo comunicare la buona notizia, il Vangelo del Signore risorto, soprattutto con immagini e con gesti simbolici, sempre molto eloquenti, così come erano efficaci le metafore alle quali amava ricorrere, talora coniando parole nuove, almeno in italiano.
Ebbene, mi pare che si possa dire che anche la sua morte è stata come una grande immagine, un gesto eloquente, che ci parla del Vangelo. Morendo nell’Ottava di Pasqua, subito dopo che siamo tornati a cantare l’alleluia pasquale, egli ci ha ricordato con la sua stessa morte che la vita di ciascuno è destinata a compiersi nella Pasqua di Gesù, nella sua risurrezione, nella vita eterna che egli ci dona. Ormai papa Francesco, ne siamo tutti testimoni, non aveva che un filo di voce, a causa della malattia polmonare che lo aveva colpito e delle conseguenti terapie. Non aveva più voce per annunciare il Vangelo, lo ha fatto con la sua stessa morte. In lui potremmo dire che si è già realizzato quello che abbiamo chiesto nella preghiera che, a nome di tutti, ho innalzato a Dio all’inizio di questa celebrazione: «Dio onnipotente ed eterno, che nel mistero pasquale hai offerto all’umanità il patto della riconciliazione, donaci di testimoniare nelle opere il mistero che celebriamo nella fede». Dobbiamo testimoniare nelle opere la fede che celebriamo. Papa Francesco lo ha fatto, anche con la sua morte. E in questo modo ci ha ricordato che la morte non è semplicemente la fine della vita, piuttosto la morte appartiene al mistero della vita, è un atto della vita. Non dobbiamo solamente subirla, come un fato ineludibile, dobbiamo viverla dandole un senso, e per noi cristiani il senso da darle ci viene offerto dalla morte e dalla risurrezione di Gesù. I gesti con cui papa Francesco ha cadenzato gli ultimi giorni della sua vita terrena esprimono il senso che egli ha voluto dare alla sua morte, che immagino ormai sapesse essergli vicina. Ha visitato i carcerati a Regina Coeli, ha dato la sua benedizione pasquale urbi et orbi, alla città di Roma e al mondo intero, ha percorso per l’ultima volta piazza san Pietro per salutare e benedire la gente che vi si era radunata. La folla avrebbe voluto ascoltare le sue parole dalla sua viva voce. Lo ha visto invece compiere questo ultimo gesto.
In questo modo papa Francesco ci ha ricordato che si può morire nella fede e nella speranza perché moriamo in Cristo e nel suo amore vittorioso sulla morte. E che da questo amore e da questa misericordia nessuno è escluso. La piazza dell’urbe, la piazza della città di Roma, era segno simbolico di tutto l’orbe, del mondo intero, ai cui papa Francesco ha voluto rivolgere il suo annuncio pasquale, e salutare, benedire per l’ultima volta.
Con i suoi gesti, più che con le parole, è come se papa Francesco avesse voluto ancora, fino alla fine, fino alla morte, ripetere, lui, il successore di Pietro, il grande annuncio di Pietro a Gerusalemme, subito dopo la risurrezione di Gesù. Lo abbiamo ascoltato nella prima lettura, dagli Atti degli Apostoli: «Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». Solo in lui siamo salvati, e in lui tutti siamo salvati.
Lui, il Signore Risorto, riempie le nostre reti vuote. E noi, le nostre reti, che da vuote sono diventate piene, siamo chiamati a portarle a lui, come fa Pietro, nel Vangelo che è stato proclamato in questa liturgia. L’evangelista Giovanni più precisamente scrive che «Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci». Qui l’evangelista usa per Pietro lo stesso verbo che aveva usato per Gesù, quando Gesù aveva promesso: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». C’è lo stesso verbo in greco: Gesù ci attira tutti a sé, Pietro attira a Gesù la rete piena di pesci. Gesù ci attira a sé anche grazie al ministero pastorale di Pietro e di tutta la Chiesa.
E la rete è piena di centocinquantatré grossi pesci. Probabilmente si tratta di una cifra simbolica, di cui noi ora, a distanza di tanti secoli, facciamo fatica a capire il significato. Ma forse, più semplicemente, se Pietro sa che sono centocinquantatré i pesci nella sua rete, vuol dire che li ha contati tutti, uno per uno. Come il pastore buono conosce ciascuna pecora del suo gregge e la chiama per nome, così anche il pescatore buono, quale deve essere Pietro, deve conoscere e chiamare per nome ciascuno dei suoi pesci.
Nell’unico nome che ci salva, il nome del Signore Gesù, ciascuno di noi riceve il proprio nome, ritrova il suo volto autentico, accoglie il significato vero della propria vita. Trova salvezza. Trova quella gioia del Vangelo e quella misericordia del perdono sulle quali papa Francesco ha molto insistito nel suo magistero.
Noi oggi intercediamo per lui perché possa godere della gioia della comunione dei santi, e preghiamo anche per noi, preghiamo per la Chiesa, non solo per la scelta che i Cardinali dovranno fare del nuovo papa, ma perché la Chiesa possa continuare a camminare sinodalmente, insieme, come papa Francesco ci ha insegnato a fare, nella speranza, per sostenere in questa speranza tutti i nostri fratelli e sorelle, soprattutto coloro che fanno più fatica a sperare. Sia la nostra una Chiesa che, come il Discepolo amato, sa gridare «È il Signore», quando scorge i segni della sua presenza misteriosa nella storia. Sia una Chiesa che, come Pietro, sa condurre gli uomini e le donne a Cristo, sa attirarli a lui, conoscendo personalmente il loro nome, la loro storia, la loro singolare esperienza di vita.

