XIX Domenica del Tempo Ordinario – Omelia del 10 Agosto 2025

 

Condividiamo di seguito l’omelia di Dom Alessandro Trespioli durante la Celebrazione eucaristica di questa mattina nella Basilica Cattedrale di Montecassino.

 

Cari fratelli e care sorelle, dov’è il nostro cuore? Dov’è il nostro tesoro? Abbiamo venduto i nostri beni, le nostre sostanze materiali in elemosina per farci un tesoro in cielo? In altre parole, andando più a fondo nel nostro atteggiamento: dove abbiamo posto la nostra sicurezza per il futuro, la nostra assicurazione per la vita? In ciò che possediamo, o nei cieli?

Abbiamo ascoltato nella lettera agli Ebrei una celebre definizione della fede. Il testo diceva: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede». Come ricordava il caro papa Benedetto XVI nella sua enciclica Spe salvi – uno scritto prezioso da riprendere in questo Giubileo dedicato alla speranza – la parola qui tradotta come

«fondamento» potrebbe letteralmente tradursi come «sostanza»: la fede è sostanza di ciò che si spera; «per la fede, in modo iniziale, potremmo dire “in germe” – diceva il papa – sono già presenti in noi le cose che si sperano: il tutto, la vita vera […] Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future». E Benedetto XVI ricordava che questa sostanza – hypostasis in greco – rimanda, anche in greco, alle sostanze materiali – hyparchonton –, delle quali la stessa lettera agli Ebrei parla poco prima, a proposito delle rinunce che i destinatari della lettera hanno dovuto sopportare a motivo della loro fede:

«Avete accettato con gioia di essere spogliati delle vostre sostanze […], sapendo di possedere beni migliori [sostanze] e più duraturi». E il papa commentava: «Questa

«sostanza», la normale sicurezza per la vita, è stata tolta ai cristiani nel corso della persecuzione. L’hanno sopportato, perché comunque ritenevano questa sostanza materiale trascurabile. Potevano abbandonarla, perché avevano trovato una «base» migliore per la loro esistenza – una base che rimane e che nessuno può togliere. Non si può non vedere il collegamento che intercorre tra queste due specie di «sostanza», tra sostentamento o base materiale e l’affermazione della fede come «base», come «sostanza» che permane. La fede conferisce alla vita una nuova base, un nuovo fondamento sul quale l’uomo può poggiare e con ciò il fondamento abituale, l’affidabilità del reddito materiale, appunto, si relativizza».

Quando il Vangelo oggi ci dice: «Vendete ciò che possedete», ci dice di vendere queste sostanze materiali, perché la fede donataci da Dio ci ha fatto scoprire, ci ha dato la certezza di cuore che abbiamo già ora un tesoro nei cieli, un tesoro incorruttibile, che nessuno può rubare e che, una volta scoperto, resta l’unico vero fondamento, l’unica vera sicurezza della nostra vita, della nostra speranza di vita piena, eterna.

D’altra parte, noi tutti possiamo probabilmente riconoscere che questo tesoro sul quale facciamo affidamento, l’oggetto della nostra fede, è un tesoro del quale non godiamo ancora pienamente i frutti, che ancora non stringiamo nelle nostre mani, come potremmo stringere una moneta d’oro da spendere per qualcosa di immediatamente utile! Il nostro tesoro nei cieli fonda una speranza, una speranza certa. I cristiani perseguitati rinunciano ai beni terreni, perché sanno di averne altri più grandi, perché credono che il loro futuro è garantito da Dio, che li attende una «città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso». Ma questa città non è ancora completamente edificata, vivibile, godibile.

La nostra fede, dunque, comporta in sé, assieme a una certezza, un’attesa di compimento: in Gesù Cristo abbiamo già avuto assicurato il dono di un futuro di bene, ma ora viviamo – per dirla ancora con Spe salvi – in una «attesa, alla presenza di Cristo, col Cristo presente, del completarsi del suo Corpo, in vista della sua venuta definitiva». Colui che è già venuto – Dio fatto uomo, Dio con noi – è colui che deve ancora venire, perché si compia il disegno di salvezza, di vita per noi e «Dio sia tutto in tutti».

Da qui nasce l’esigenza della vigilanza sulla quale insiste oggi la pericope del santo Vangelo secondo Luca. Non si tratta di stare con le mani in mano ad aspettare gli eventi, fosse anche l’evento. Si tratta di cingersi i fianchi, di rimboccarsi le maniche, e non lasciare che si spenga in noi la lampada della fede, che sola può orientare al bene il nostro cammino sulla terra, secondo le esigenze del suo fondamento celeste. Si tratta di agire qui sapendo di appartenere ad una realtà in trasformazione, una realtà della quale conosciamo il destino, destino di comunione con Dio e con gli uomini, in Cristo Gesù.

Si tratta, cari fratelli, care sorelle, di tenerci pronti, di tenere il cuore aperto per riconoscere non solo l’ultima venuta, definitiva, del Signore Gesù. Si tratta di vigilare su noi stessi e sul mondo per riconoscere attorno a noi tanti segni più o meno piccoli della Sua venuta tra noi, del suo farsi presente nella nostra vita, nella vita del mondo.

Si tratta di porsi nella notte, come in queste notti d’estate, con uno sguardo di fede rivolto verso il cielo, per scorgere le scintille infuocate della Sua irruzione nel buio delle nostre notti, mentre attendiamo il bagliore dell’alba e il meriggio di Colui che sorge dall’alto, per essere per sempre la nostra lampada, per sempre la nostra luce; e godere per sempre del calore del suo essere Lui con noi e noi con Lui, con il Padre e lo Spirito Santo. Amen!