XV Domenica del Tempo ordinario – Omelia del 13 Luglio 2025

 

Cari fratelli e care sorelle, all’inizio di questa celebrazione eucaristica abbiamo
pregato il Padre con queste parole: «O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità,
perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di
respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme».
Tornare sulla retta via, respingendo ciò che è contrario al nome cristiano e seguendo
ciò che gli è conforme.
Poco fa il santo Vangelo ci ha collocati proprio su una via. Era una via movimentata,
una via sulla quale c’è chi va, chi viene, chi si allontana, chi si avvicina, chi prosegue, chi
sosta, chi compie ciò che può fargli ottenere la vita eterna – e che è conforme al nome
cristiano –, chi se ne astiene.
Chi è il mio prossimo? Chi è colui che devo amare come me stesso? Chi è il prossimo,
cioè il vicino? Da questa domanda parte questo racconto esemplare detto del «buon
samaritano».
È interessante come questo racconto che parte da una domanda sulla vicinanza, si
snodi a partire da una strada, una strada posta tra il punto più alto – Gerusalemme – il punto
più basso – Gerico –, simbolicamente una strada che congiunge il cielo all’abisso.
Su questa strada è fermo un uomo, ferito, pestato, privato dei suoi beni e della sua
dignità, mezzo morto. Due persone passano per quella strada, su quel luogo e vedono
quell’uomo. Lo vedono e non solo passano oltre, ma lo sorpassano passando dall’altro
versante della strada (come si può intendere il verbo greco ἀντιπαρέρχομαι, anti… dice
qualcosa anche a noi sulle intenzioni): vedono, e il loro movimento è quello di portarsi sul
lato opposto e proseguire oltre.
Ben diverso è l’atteggiamento del terzo passante, del samaritano. Lui, in viaggio, si
trova a passare sul luogo, anche lui vede, ma, invece di muovere per andare dall’altra parte,
è commosso dentro di sé, nelle sue viscere. Vede e si sente toccato, ferito anche lui, percosso,
umiliato. E, commosso, è smosso, smosso ad agire come se avesse visto se stesso in quella
difficoltà, in quella situazione tanto umiliante.
La scienza ci insegna che gli esseri umani, come alcuni primati, sono dotati di neuroni
specchio: quando vediamo un nostro simile davanti a noi, in determinate condizioni o
situazioni questi neuroni si attivano e dentro di noi proviamo in certa misura ciò che sente

l’altro, come se lo stessimo provando noi stessi. Secondo alcuni studiosi è questo il
meccanismo che sta alla base dell’apprendimento e delle emozioni, ma anche della
comprensione profonda dell’altro, delle esperienze dell’altro.
Questo samaritano ha visto e non si è limitato, però, ad una lacrimuccia, ad un «like»,
ad un’emozione passeggera, per poi proseguire altrove come niente fosse. Quest’uomo ha
provato commozione, si è com-mosso, si è interiormente messo in movimento con
quell’uomo e verso quell’uomo. «Gli si fece vicino», dice il testo evangelico. In altre parole,
potremmo dire che gli si fece prossimo. Si prese cura della sua vita in pericolo con decisioni,
con azioni concrete, con operazioni studiate e adeguate, con dispendio di tempo e di
sostanze, per ridonargli la vita in pienezza… e tutto ciò come se questo riguardasse la
propria vita: «lo caricò sulla sua cavalcatura», lo mise al suo posto, gli cedette il posto nella
sua vita, lo ritenne concretamente un altro sé stesso!
Diremmo che non sprecò le proprie emozioni, i propri sentimenti profondi, ciò che
aveva sentito anche fisicamente nelle sue viscere – questo significa la commozione di cui
parla l’Evangelista san Luca. Le mise a frutto mettendosi in azione, operando il bene,
facendo la misericordia – così letteralmente il testo greco – con colui che era caduto nelle
mani dei briganti.
Il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, che ci apre la via alla vita eterna,
passa, cari fratelli e care sorelle, per questa commozione, questa compassione fattiva, che si
fa azione concreta con l’altro e per l’altro nel quale vediamo e sentiamo noi stessi.
È il nostro un tempo in cui spesso ci accontentiamo di emozioni anche belle, ma
spesso solo passeggere, emozioni della durata di un «like», gesti della efficacia di un «like»;
cose che ci coinvolgono appena, anche quando ci coinvolgono realmente. Non è questo
l’amore per Dio e per il prossimo di cui parla il Signore Gesù Cristo!
Molti Padri e maestri cristiani nella storia hanno visto in questa storia del «buon
samaritano» un’allegoria del Signore Gesù. Egli, «immagine del Dio invisibile», si lascia
commuovere dall’umanità, ferita dalle forze del male, spogliata, lasciata mezza morta e,
mosso così a compassione, le si fa vicino, ci si fa prossimo, si prende cura di noi facendosi
uno di noi e opera la nostra redenzione «con il sangue della sua croce». E, quando, compiuto

il Mistero Pasquale, sale alla gloria del Padre per sedere alla Sua destra, affida l’umanità alla
Chiesa, lasciandole i sacramenti, perché siano mezzi si salvezza.
In questo momento, cari fratelli e sorelle, nell’albergo della Chiesa, siamo radunati
per ottenere la grazia salvatrice di Dio, che si riversa su di noi nell’Eucaristia, in attesa che
il Signore Gesù, torni nel pieno compimento della salvezza, nella vita eterna in Lui e con
Lui.
La vita sacramentale, la vita di preghiera, cari fratelli, care sorelle, non è un’evasione
dall’impegno nel mondo per i nostri prossimi, ma è lo strumento per eccellenza con il quale
Cristo, «capo del corpo che è la Chiesa», ci conforma a sé, ci dona la sua luce, ci riporta sulla
via retta, perché veramente possiamo essere degni del nome cristiano, perché veramente il
nostro nome indichi la nostra appartenenza a Lui, rispecchiando, certo in modo ancora
confuso, il suo volto per ogni uomo e per ogni donna che incontriamo, che approssimiamo
sul nostro cammino.
Amen!