XVII Domenica del Tempo Ordinario – Omelia del 27 Luglio 2025

 

XVII Domenica – anno C                                                                                                            27 luglio 2025

Omelia del Padre Abate Dom Luca Fallica

Letture: Gen 18,20-32; Sal 137 (138); Col 2,12-14; Lc 11,1-13

 

Carissimi fratelli e sorelle,

oggi può essere utile, per accogliere e meditare la Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato, ricordare anzitutto i brani evangelici proclamati nelle ultime domeniche, così da riconoscere il cammino che l’evangelista Luca ci ha fatto compiere, per educarci a diventare veri discepoli del Signore Gesù.

Due domeniche fa, per rispondere alla domanda del dottore della Legge su chi fosse da considerare prossimo, Gesù ha narrato la parabola del buon samaritano, che si concludeva con questo invito rivolto proprio allo scriba che lo aveva interrogato: «va’ e anche tu fa lo stesso». Cioè: fai la misericordia.

Domenica scorsa abbiamo incontrato le due sorelle di Betania, Marta e Maria, che ospitano Gesù nella loro casa, e Gesù ha in particolare elogiato l’atteggiamento di Maria, che seduta ai suoi piedi ascoltava la sua Parola. Anche il servizio, per non degenerare in affanno e agitazione, deve nutrirsi dell’ascolto della parola di Dio.

Oggi, infine, abbiamo la domanda dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare». E Gesù consegna loro la preghiera del Padre Nostro, aggiungendo una breve catechesi sulla preghiera.

In questo modo l’evangelista Luca ci ha consegnato, in queste domeniche, tre verbi fondamentali per la vita cristiana e per la sua spiritualità: fare la misericordia, ascoltare la parola di Dio, pregare. Soprattutto, ci ha mostrato che essi non sono separabili, ma ciascun verbo ha bisogno degli altri due verbi. Oggi siamo invitati a soffermarci sul ‘pregare’, ma non possiamo dimenticare gli altri due verbi, perché la preghiera è autentica quando si nutre dell’ascolto della Parola di Dio e genera poi misericordia.

Questa è anche l’esperienza che fanno i discepoli di Gesù. La loro domanda – «Signore, insegnaci a pregare» – nasce da un ascolto. Essi hanno ascoltato e visto Gesù pregare, come Luca sottolinea proprio all’inizio del suo racconto: «Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare”». La preghiera di Gesù doveva avere una bellezza, una intensità, una luminosità così forti e contagiose da attrarre e suscitare il desiderio di imparare a pregare come lui sapeva fare.

E Gesù, per rispondere alla richiesta dei suoi discepoli, li fa pregare – «quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome…» –. A pregare si impara pregando. Un grande monaco del Sinai, san Giovanni Climaco, vissuto a cavallo tra il sesto e il settimo secolo, affermava: «Non c’è maestro di preghiera. La preghiera ha in se stessa il suo maestro. Dio dona la preghiera a chi gliela chiede». Ecco un’espressione un po’ paradossale: Dio dona la preghiera a chi gliela chiede. Si riceve il dono della preghiera pregando, purché la preghiera sia anzitutto un’esperienza di ascolto: ascolto della Parola di Dio che ci conduce nella verità della preghiera, ascolto dello Spirito Santo che prega in noi e che è il vero maestro della preghiera.

Non dobbiamo però dimenticare il terzo verbo: fare la misericordia. La preghiera vera è esperienza di misericordia, è via di compassione. La parola di Dio che oggi stiamo ascoltando ce lo ricorda mostrandoci come la preghiera debba sempre diventare intercessione. È stare davanti a Dio ricordandoci dei bisogni, delle sofferenze, delle speranze dei nostri fratelli e sorelle, per i quali intercediamo invocando su di loro la misericordia del Padre che è nei cieli. Nella prima lettura abbiamo ascoltato la grande, ripetuta, insistente intercessione di Abramo per le città di Sodoma e Gomorra. Una preghiera che sembra non essere esaudita, giacché Sodoma e Gomorra verranno distrutte a motivo della loro ostinata chiusura nel proprio peccato. Eppure, nonostante tutto, la preghiera di Abramo ha comunque un’efficacia, poiché Lot e tutta la sua famiglia saranno salvati.

Anche la parabola che Gesù narra, dopo aver consegnato il Padre Nostro, ci racconta di un’esperienza di intercessione: colui che bussa nel cuore della notte alla porta del proprio amico, chiede tre pani, non per sé, ma per darli all’altro amico, che è arrivato all’improvviso da un lungo viaggio, e che ha dovuto accogliere, pur non avendo tutto il necessario. Egli davvero intercede, secondo il senso originario del verbo che significa mettersi in mezzo: si mette in mezzo tra il bisogno di chi è arrivato all’improvviso e la generosità di colui che ha del pane da poter donare e condividere.

È interessante notare che in questa parabola i protagonisti sono tre ‘amici’. Così Gesù li definisce. C’è il primo amico, che arriva da un lungo viaggio; c’è il secondo amico, che lo accoglie, ma non ha pane sufficiente; c’è infine il terzo amico, che viene svegliato nel cuore della notte e dona con generosità i tre pani necessari. Dietro quest’ultimo amico si nasconde e si rivela il volto stesso di Dio, del Padre che è nei cieli, e che Gesù ci invita a pregare dicendo: «dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano». La parabola narra di tre amici e in questo modo ci ricorda che la nostra relazione con Dio è sempre a tre: non ci siamo solo io e Dio, c’è anche il terzo amico, cioè nostro fratello, nostra sorella, del cui bisogno dobbiamo prenderci cura, che dobbiamo accogliere, per i quali dobbiamo pregare, perché Dio doni quello di cui necessitano. Il mio rapporto con Dio, che ascolto e prego nella mia preghiera, include sempre il fratello o la sorella ai quali debbo fare misericordia.

Gesù ci ricorda che la preghiera, per essere vera, deve conoscere questa dinamica. Il secondo amico, quello che diventa importuno al punto da svegliare il terzo amico nel cuore della notte bussando alla sua porta, non teme di diventare importuno, può farlo, ha il diritto di farlo, perché lui stesso si è lasciato importunare da colui che all’improvviso è arrivato nella sua casa. Può diventare importuno perché lui stesso si è lasciato importunare.

Non dobbiamo mai dimenticarlo nella nostra preghiera: possiamo pregare Dio, possiamo chiedere a Dio quello di cui abbiamo bisogno, se a nostra volta rimaniamo in ascolto dei nostri fratelli e sorelle che hanno bisogno di noi e verso i quali dobbiamo fare misericordia, dobbiamo vivere l’atteggiamento della compassione. Pregare, nella speranza di venire esauditi, ci chiede di diventare responsabili, davanti a Dio, di coloro che ci sono vicini e verso i quali siamo sempre chiamati a farci prossimi, come il buon samaritano. La preghiera, mentre ci fa sperimentare la prossimità di Dio alla nostra vita, ci rende sempre a nostra volta prossimi di qualcun altro.

 

[Foto di repertorio]