Veglia di Pentecoste a Montecassino presieduta dall’abate Luca

In una Abbazia avvolta nel silenzio, si è tenuta questa sera a Montecassino una veglia di preghiera in preparazione alla Pentecoste.

L’Arrivo

Alle 20:30 nella Basilica Cattedrale c’erano già tutti i Cresimandi che domani riceveranno il Sacramento della Confermazione. Assieme a loro i rispettivi padrini e madrine, nonchè i genitori che hanno voluto prendere parte a questo momento che anticipa la Solennità della Pentecoste.

Presenti anche in questa circostanza gli Oblati dell’Abbazia, sempre accanto alla Comunità monastica nei momenti importanti.

La veglia è stata animata da una rappresentanza del coro degli insegnanti dell’Istituto San Benedetto, Scuola Paritaria che, insieme alla Casa della Carità e al Corteo Storico Terra Sancti Benedicti rientra nelle realtà della Fondazione san Benedetto, espressione dell’Abbazia sul territorio.

L’inizio della Veglia

La Veglia di preghiera è stata introdotta da alcune parole iniziali lette dal Cerimoniere:

“Ci ritroviamo insieme, questa sera, per rivivere la promessa e il mandato che Gesù ha affidato agli apostoli e oggi a noi, prima di ritornare al Padre.

Veniamo da esperienze diverse, facciamo anche parte di gruppi, movimenti e associazioni diversi, ma siamo l’unica Chiesa alla quale il Risorto continua a mandare i doni dello Spirito Santo, che, in questa veglia di Pentecoste, vogliamo invocare per noi e per tutti.

Aiutati dalla Parola di Dio, faremo memoria della storia della salvezza, contemplando il mistero di quelle notti attraverso le quali Dio l’ha realizzata portandola a compimento con l’evento della Pentecoste.”

E al termine della Veglia, dom Luigi Maria, parroco della Cattedrale, ha parlato a Cresimandi, padrini e madrine ricordando l’importanza del Sacramento della Confermazione che riceveranno appunto domani alle 10.30.

La riflessione dell’Abate Luca

Di seguito il testo integrale della riflessione dell’Abate Luca pronunciata durante la veglia di preghiera:

Veglia di Pentecoste
 27 maggio 2023

Letture: At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15

Questa sera preghiamo vegliando nella notte, per invocare il dono dello Spirito e attendere la sua discesa. Prima ancora che lasciarci guidare dai testi delle Scritture, o dalle altre preghiere di questa veglia, possiamo sostare proprio su questa esperienza: vegliare nella notte. Sì, è vero, la notte sta appena iniziando, ma possiamo comunque lasciarci dire qualcosa dal suo significato, che ha sempre un forte impatto simbolico nella nostra vita.

Che cosa è la notte?

Anzitutto è un tempo nel quale non riusciamo a vedere bene. Dobbiamo ricorrere a dei mezzi artificiali, o a lampade a olio o a candele, altrimenti di notte non vediamo, o vediamo male, ci possiamo sbagliare, lasciarci ingannare. Può accadere anche di prendere una strada per un’altra. La notte allora è anche tempo di smarrimento, nel quale non troviamo sempre e facilmente la via da percorrere, e può capitarci di non trovare la via giusta, di vagare in giro senza trovare la meta. La notte è allora simbolo di sentieri sbagliati, o di false attese, di speranze che ci illudono e poi, inesorabilmente, finiscono con il deluderci e lasciarci l’amaro in bocca.

Ancora, la notte, soprattutto in alcune stagioni dell’anno, è un tempo più freddo rispetto al giorno, quando c’è il sole non solo a illuminarci, ma anche a riscaldarci. Di notte occorre coprirsi per ripararsi da temperature più rigide. Inoltre, il non vederci bene ci rende più difficile riconoscere i volti, vediamo delle figure muoversi, ma non sappiamo bene chi siano. Il non riuscire a controllare con piena consapevolezza le situazioni, le relazioni, gli incontri, suscita in noi diffidenza, paura, turbamento, incertezza.

Perché insisto su questi aspetti? Perché ci aiutano a comprendere che cosa rappresenti per noi il dono dello Spirito. Lo Spirito è luce, rischiara i nostri occhi, ci dona sguardi profondi per vedere anche ciò che non è immediatamente visibile. Lo ascolteremo anche domani nel brano di Vangelo nella Messa, quando l’evangelista Giovanni ci racconterà che i discepoli gioirono nel vedere il Signore. Lo Spirito ci illumina, è luce dei cuori (così canteremo sempre domani nella sequenza di Pentecoste, quando invocheremo Veni lumen cordium, vieni luce dei cuori), una luce che ci permette di vedere i segni della presenza del Signore risorto in mezzo a noi.

Il cero pasquale

Anche durante questa veglia è acceso il cero pasquale, segno del Risorto che è in mezzo a noi per illuminarci con il dono del suo Spirito.

Illuminandoci lo Spirito ci riscalda anche, come sempre la sequenza di Pentecoste ci ricorda, facendoci pregare: scalda ciò che è gelido. E poi ancora: drizza ciò che è sviato. Se di notte è facile smarrire la giusta via, o prendere vie sbagliate, lo Spirito torna a condurci sul giusto cammino. Ci dona anche coraggio, il coraggio della fede e dell’amore; vince le nostre paure, dona pace ai nostri turbamenti, ci fa passare dalla delusione, creataci dalle nostre false attese, alla speranza che non delude, e dona gioia e pienezza di senso alla nostra vita.

Come ci ha detto Gesù nel Vangelo di Giovanni, lo Spirito ci guida alla verità tutta intera. Ci fa percorrere vie di verità, vincendo ogni rischio di intraprendere vie sbagliate, non vere, inconcludenti e deludenti.

Sì, lo Spirito è luce nella notte, è calore nel freddo, coraggio nella paura, discernimento nell’incertezza, gioia nella tristezza, speranza nella delusione, consolazione e comunione nella solitudine, perché ci consente sempre di riconoscere il volto familiare dell’amico, dell’amica, del fratello, della sorella. Anche nella notte ci dona il fiuto delle relazioni vere, che non ci deludono, ma ci consolano e ci rallegrano.

Lo abbiamo ascoltato anche nella lettera ai Galati, che è stata proclamata come seconda lettura, nella quale san Paolo ci invita a camminare non secondo la carne, ma secondo lo Spirito. Dobbiamo comprendere bene questo termine ‘carne’ che l’apostolo usa spesso nelle sue lettere. Con ‘carne’ egli allude alla persona umana che rimane chiusa in se stessa, che confida nelle proprie capacità e risorse, ed è schiava dei propri pregiudizi, delle proprie visioni, dei propri egoismi. È carnale chi rimane chiuso in se stesso, ed è dunque egocentrico, egoista, narcisista.

La ‘malattia dello specchio’

Parlando qualche giorno fa ai vescovi italiani, papa Francesco definiva questa come la ‘malattia dello specchio’. È la malattia di Narciso, il narcisismo: rispecchiarsi, guardare cioè sempre e soltanto a se stessi, al proprio utile, al proprio vantaggio, alle proprie voglie.

Lo Spirito invece ci conduce fuori da noi stessi e dalle nostre schiavitù, dai nostri egoismi, dalle nostre visioni, e ci apre agli altri, al mondo, alla storia, a Dio stesso, che è l’Altro per eccellenza. Lo Spirito è dono e accoglierlo significa aprire la nostra vita alla logica e alla dinamica del dono. Accogliendo il dono dello Spirito noi stessi veniamo trasformati in donatori, e allora comprendiamo quando sia vera quella parola di Gesù che non troviamo nei Vangeli, ma che san Paolo ci consegna nelle sue lettere. Comprendiamo quanto sia vero che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Vivere con le mani aperte

Lo Spirito ci fa vivere così, con le mani aperte. Qui ci sono davvero due filosofie di vita molto diverse, che si oppongono a vicenda, che sono inconciliabili, e lo Spirito ci chiede di discernere e di scegliere tra di esse.

La prima filosofia, che è quella secondo la carne, ci fa vivere con la mano chiusa, con il pugno chiuso. E si chiude la mano per afferrare, per possedere, per trattenere per sé, in modo egoistico e narcisistico. Si chiude la mano a forma di pugno anche per picchiare, per esercitare un potere, per fare violenza. Al contrario, si può vivere con la mano aperta, e si apre la mano per accogliere, ricevere, ma anche per tornare a donare, senza trattenere per sé. E con la mano aperta si può soprattutto accarezzare, anziché picchiare.

Ecco cosa significa camminare secondo lo Spirito. E se rileggete con attenzione il lungo elenco nel quale, secondo san Paolo, si manifesta l’unico frutto dello Spirito, vi accorgete facilmente che sono tutti doni relazionali, sono tutti doni che ci fanno vivere con la mano aperta, cercando le relazioni vere. Il frutto dello Spirito – scrive san Paolo – è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.

Ecco, sono questi i doni dello Spirito che vincono la notte, la illuminano, la rischiarano, la riscaldano, la rendono luminosa come il giorno. Preghiamo allora con insistenza Dio, nel nome di Gesù, affinché ci doni il suo Spirito, e lo Spirito generi questo frutto in noi: ci faccia vivere non con la mano chiusa, a pugno, ma con la mano aperta, accogliente, capace di comprendere che c’è davvero più gioia nel donare che nel ricevere. O meglio, che bisogna sì ricevere, ma per tornare a donare.