Messa “In Coena Domini” 2024. L’omelia dell’abate di Montecassino, dom Luca Fallica

Come ogni anno alle 17.30 è iniziata la Celebrazione per la Messa “In Coena Domini” a Montecassino. E si è ripetuto con la consueta solennità e nel silenzio anche il rito della “Lavanda dei piedi” a 12 ospiti della Comunità Exodus di Cassino accompagnati dal responsabile Luigi Maccaro. Una familiare consuetudine che non è mai mancata da quando in città è presente questa realtà, nata nel 1990 proprio su una zona di pertinenza dell’Abbazia di Montecassino.

Di seguito il testo integrale dell’omelia dell’abate Luca e alcune foto della Celebrazione e dell’Altare della Reposizione.

Cena del Signore marzo 2024
Letture: Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 12,23-26; Gv 13,1-15

Le letture che abbiamo ascoltato ci parlano di un inizio e di una fine. Nel libro dell’Esodo, Dio, chiedendo a Mosè e attraverso di lui a tutto il suo popolo, di celebrare la Pasqua, e spiegando come dovrà farlo, afferma: «Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno» (Es 12,2). Qui non è questione solo di organizzare il calendario dell’anno; c’è qualcosa di molto più profondo. La celebrazione della Pasqua, che per Israele significa ricordare la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, è ciò che si colloca all’inizio del tempo, all’inizio della vita. E Israele deve sapere che all’inizio di tutto ciò che è e di tutto ciò che vive c’è il dono che riceve da Dio, il dono della libertà.

Nel Vangelo di Giovanni abbiamo ascoltato queste parole con le quali l’evangelista apre il grande racconto di quanto avviene nell’ultima cena e di tutto ciò che poi seguirà: l’arresto di Gesù, la sua condanna alla croce, la sua morte, la sua risurrezione. Tutto si apre con queste parole che introducono anche noi, quest’anno come ogni anno, alla celebrazione della Pasqua attraverso i tre giorni del grande Triduo pasquale; scrive Giovanni: «Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Ecco che qui si parla di una fine, anche se dobbiamo intendere meglio: più che una fine è un compimento.

In questo modo, la Parola di Dio che oggi ascoltiamo, e più complessivamente la liturgia che stiamo celebrando in questa Cena del Signore, che ci fa rivivere quello che Gesù ha detto e ha fatto nell’ultima cena condivisa con i suoi discepoli prima della Passione, ci conduce dentro questo arco, caratterizzato da un inizio e da un compimento. Possiamo addirittura dire che l’intera nostra esistenza, tutta la nostra vita, sta dentro questo inizio e questo compimento. Noi pensiamo che la nostra vita, come quella di ogni creatura che appartiene alla nostra stessa terra, scorra tra un inizio – la ‘nascita’ – e una fine – la ‘morte’ –. La Parola di Dio, oggi, ci aiuta ad approfondire lo sguardo, ci offre una prospettiva diversa. La nostra esistenza non sta solo tra una nascita e una morte, ma tra un inizio e un compimento. L’inizio è il dono di libertà che Dio ci offre, in modo gratuito e incondizionato. All’inizio di tutto ciò che siamo c’è la libertà che Dio ci dona, slegandoci da tante catene che ci rendono schiavi. Dio ha liberato Israele dalla schiavitù dell’Egitto e del faraone. Allo stesso modo libera anche noi, probabilmente da catene più interiori che esteriori, quali sono le catene del peccato, delle nostre scelte sbagliate, dei nostri falsi desideri, delle nostre attese illusorie, delle nostre dipendenze, o paure, o angosce, o delusioni, o risentimenti… Possiamo allungare di molto la lista: ognuno di noi deve saper riconoscere quali sono le catene che maggiormente lo imprigionano e dalle quali non riesce a liberarsi da solo. Dio ci libera e ci consente così un nuovo inizio, qualunque sia il nostro passato, quali siano gli errori che abbiamo commesso, le libertà false e illusorie che abbiamo inseguito, gli idoli nei quali abbiamo creduto e che ci hanno prima ingannato e poi deluso. Dio ci offre sempre una nuova possibilità, ci concede un nuovo inizio, ci consente di camminare su vie di libertà vera.

Questo è l’inizio, ma poi c’è anche una fine, o meglio un compimento, come ci ricorda san Giovanni: «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1), li amò fino al compimento. Alla fine e al compimento della nostra vita c’è l’amore. L’amore con il quale Dio ci ha amati e ci ama, l’amore che rende anche noi capaci di amare. Alla fine della nostra vita non c’è la morte. Alla fine della nostra vita, come suo compimento, c’è l’amore. L’amore che abbiamo ricevuto, l’amore che abbiamo donato e condiviso. Un amore così forte da non rimanere prigioniero della morte, un amore che risorge e che vive per sempre. Alla fine e al compimento della nostra esistenza c’è l’amore che risorge e ci fa vivere per sempre.

Ecco l’inizio e la fine della nostra vita. All’inizio della nostra esistenza c’è la libertà che Dio ci dona. Alla fine della nostra vita c’è l’amore, cioè c’è questa nostra libertà che è diventata capace di amare. Non basta essere liberati dalle catene che ci imprigionano, occorre anche sapere che cosa vogliamo farne della libertà che riceviamo. E Dio ci ricorda, con la sua Parola, e soprattutto con la storia vissuta da suo Figlio Gesù, che siamo davvero liberi quando viviamo la nostra libertà nell’amore, quando la spendiamo per amare gli altri, cercando il loro bene, anche a costo di rinunciare a noi stessi e alla ricerca egoistica del nostro bene individuale.

Dunque, la parola di Dio oggi ci parla di un inizio, di una fine o di un compimento, ma ci parla anche di un ‘come’. Dopo aver lavato i piedi ai discepoli, infatti, Gesù dice loro e a ciascuno di noi: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». E un po’ più avanti, in un versetto che non abbiamo ascoltato ma che è importante ricordare, Gesù dichiara: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34b).

Dio ci libera per renderci capaci di amare, ma ci dona anche questo ‘come’, che diventa il fondamento sul quale possiamo costruire la nostra capacità di amare. Questo come, infatti, non allude tanto a una imitazione, ma a un fondamento. È come se Gesù ci dicesse: sul fondamento del mio amore per voi, ora voi potete edificare la vostra capacità di amarvi gli uni altri.

E questo ‘come’ non rimane qualcosa di vago, irreale, immateriale, ha una consistenza precisa: ha la consistenza del pane e del vino che Gesù ci consegna, segno reale del suo corpo spezzato per noi, del suo sangue versato per voi. Il ‘come’ di Gesù, l’amore di Gesù, diventano per noi pane e vino, perché ci nutrono; in modo ancora più profondo diventano per noi corpo e sangue. Il corpo di Gesù, il corpo con il quale egli ci ha amato, diventa il pane con il quale il nostro corpo può nutrirsi, così da diventare, come il corpo di Gesù, un corpo capace di amare. Il sangue di Gesù, cioè il principio vitale di tutta la sua esistenza, grazie all’eucaristia diventa il sangue che scorre nelle nostre stesse vene, diventa il principio vitale della nostra esistenza, affinché anche la nostra vita possa diventare una vita capace di amare, come Gesù ci ha amati. Il ‘come’ che Gesù ci chiede di vivere – amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati – non rimane dunque una pia esortazione, che non riusciremmo mai ad accogliere, a motivo della nostra debolezza e del nostro peccato. Il ‘come’ diventa pane e vino, corpo e sangue, così che la vita di Gesù vive in noi, il suo amore vive in noi, rendendoci davvero possibile vivere quell’amore che altrimenti rimarrebbe al di fuori di ogni nostra possibilità.

Questo è il cammino della nostra vita. C’è un inizio – la libertà che Dio ci dona –; c’è un compimento – spendere la nostra libertà per amare; in mezzo c’è la strada da fare, e possiamo percorrerla perché Gesù ci nutre con il suo pane e il suo vino, con il suo corpo e il suo sangue, con tutta la sua vita che vive in noi e diviene davvero possibilità di amare come lui ci ha amati.