Montecassino, celebrazione conventuale di fine anno presieduta dall’abate Luca

Al termine della celebrazione conventuale delle 10.30 nella Basilica Cattedrale di Montecassino, l’abate Luca e la Comunità Monastica hanno intonato l’Inno di ringraziamento del Te Deum. Di seguito il testo integrale della omelia in cui l’abate Luca, ha tessuto insieme le riflessioni sulle letture del giorno con i pensieri legati alla fine di questo anno che lo ha visto iniziare il suo nuovo cammino alla guida della Comunità monastica di Montecassino.

Santa Famiglia
31 dicembre 2023
Letture: Gen 15,1-6.21,1-3; Sal 104 (105); Eb 11,8.11-12.17-19; Lc 2,22-40

Quest’anno l’ultimo giorno dell’anno, il 31 dicembre, coincide con la domenica dopo Natale, nella quale la liturgia ci fa celebrare il mistero della Santa Famiglia di Nazaret. Ci viene così suggerito di cogliere questo rapporto tra il tema del tempo che scorre, ricordatoci da un anno che si conclude e un nuovo anno che inizia, e il tema della famiglia, o meglio dei legami familiari.

Alla fine del suo racconto, Luca scrive che il bambino – Gesù – «cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui». Nel tempo noi cresciamo, maturiamo, invecchiamo… Ma il tempo ci viene donato non solo per la nostra maturazione personale, ma anche perché crescano e si fortifichino i legami tra noi, che nella famiglia trovano un loro archetipo e un modello esemplare. I legami familiari, infatti, devono essere come il grembo che genera e plasma altri legami relazionali di cui la nostra vita e la nostra convivenza hanno assolutamente bisogno, quali sono i legami civili, sociali, culturali, economici, politici.

Nella famiglia questi legami debbono trovare una loro sorgente e un loro modello poiché quelli familiari ci ricordano che anche gli altri legami sono autentici e duraturi quando non sono basati solamente sull’utile o sul profitto, ma sulla gratuità degli affetti e delle amicizie; quando alla loro base custodiscono logiche non di schiavitù o di dominio, ma di libertà e di dignità umana; quando sono legami generativi e fecondi, capaci cioè di promuovere la vita umana e la convivenza sociale; quando sono legami fedeli, capaci e disponibili a onorare la parola data, gli impegni assunti. Quando cioè sanno mantenere fede alle promesse che li costituiscono.

Nel tempo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, siamo chiamati a costruire e a conferire stabilità a questi legami, nei diversi ambiti nei quali la nostra vita si sviluppa, a partire dalla famiglia per poi estendersi ad altre realtà, da quelle educative a quelle professionali, da quelle pubbliche a quelle private, da quelle sociali a quelle culturali.

Al termine di questa celebrazione canteremo il Te Deum, l’inno di ringraziamento per questo anno che oggi si conclude. Può sembrare impresa non facile o poco sensata lodare e ringraziare mentre anche questi giorni sono segnati da tanta violenza, da guerre e conflitti, da disperazione, solitudine, povertà, migrazioni forzate, discriminazioni di ogni genere. Come cantare e ringraziare, perché farlo? Ognuno di noi, penso, abbia dei motivi per farlo, ricordando le molte cose positive vissute in questo anno, anche se probabilmente mescolate con lacrime e sofferenze. Tuttavia, al di là di queste motivazioni più personali, la parola di Dio che abbiamo ascoltato ci suggerisce qualche ragione più precisa.

Possiamo anzitutto fare nostre le parole dell’anziano Simeone, quando nel tempio accoglie il piccolo Gesù, portato in braccio dai suoi genitori, Maria e Giuseppe. Egli esclama: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Lc 2,29-32).
L’anziano Simeone con queste parole si congeda dalla vita; noi le possiamo assumere e fare nostre per congedarci da questo anno. Sì, anche in questo anno che si conclude, noi possiamo andare nella pace perché i nostri occhi hanno visto la salvezza di Dio. Nonostante i nostri sbagli ed errori, nonostante il tanto male che come umanità ferita abbiamo seminato nel mondo, Dio non si è stancato di visitarci con la sua salvezza.
Una salvezza – aggiunge sempre Simeone – che è si manifestata come luce di rivelazione. Una luce che rivela il mistero di Dio, ma al tempo stesso rivela e rischiara il cammino che dobbiamo compiere, i passi da percorrere, le scelte che la nostra libertà è chiamata responsabilmente a operare. Dio si manifesta come salvezza in questo modo: illuminandoci e rivelandoci che cosa dobbiamo scegliere e compiere con fedeltà, fiducia, responsabilità, ma nella nostra libertà. Nonostante tutto, Dio continua a fidarsi di noi e affida la sua salvezza nelle nostre mani, perché operino con verità e giustizia.
È bella questa immagine che Luca oggi ci consegna nel suo Vangelo: Gesù, il Salvatore, viene, ma come un bambino, portato in braccio da Giuseppe e Maria e poi consegnato alle braccia di Simeone, che lo accoglie e benedice Dio. Gesù – il Salvatore – Dio, il Padre, lo affida alle nostre braccia, perché, fortificate dalla sua grazia e rischiarate dalla sua luce, siano le nostre braccia ad accogliere la sua salvezza e a cooperare con lui per dilatare questa salvezza là dove la nostra vita è chiamata a impegnarsi con responsabilità e concretezza.

Certo, in questo impegno spesso ci ritroviamo delusi, stanchi, frustrati. Ci sembra di essere sterili, senza figli, senza risultati, in crisi come è in crisi Abramo nella prima lettura, perché il figlio della promessa tarda ad arrivare. Dove è la promessa di Dio? Spesso anche noi ci ritroviamo delusi giacché le promesse non si realizzano, i nostri sforzi appaiono inconcludenti. E Dio, allora, propone anche a noi quello che propone ad Abramo: lo conduce fuori, all’aperto, anche se nella notte e nei suoi pericoli, e gli chiede di volgere lo sguardo in alto, di alzare gli occhi al cielo, e di contare le stelle, se gli riesce di contarle.

Infine, ci ha ricordato nella seconda lettura la Lettera agli Ebrei, occorre fare come Abramo che partì nell’obbedienza della fede, «senza sapere dove andava» (cf. Eb 11,8). Questo – attenzione – non significa girovagare senza meta, o rinunciare a fare programmi, o evitare di nutrire attese e speranze per il nuovo anno che sta per iniziare. Significa piuttosto essere disponibili a lasciarsi condurre, a camminare con Dio in alleanza, a obbedire all’azione dello Spirito in noi, come fa Simeone che, scrive Luca nel suo Vangelo, «mosso dallo Spirito si recò al tempio» (Lc 2,27) poiché «lo Spirito Santo era su di lui» (v. 26).

Occorre lasciarsi guidare dallo Spirito, il che significa disponibilità a progettare i propri impegni, a discernere le decisioni da assumere, a costruire legami veri nella propria famiglia e negli altri ambiti della nostra vita, e a farlo con criteri spirituali, e non solo utilitaristici, o egoistici, o autoreferenziali, o settari. I criteri spirituali sono quelli che ci conducono ad anteporre il bene dell’altro al proprio, a operare per il bene comune e non solo per l’interesse di pochi, a lavorare con responsabilità personale, ma aperti al dialogo, all’ascolto, alla collaborazione con tutti. Lo spirituale non ha a che fare solo con il sacro o il religioso, ma con la qualità e la verità dell’umano. Di tutto ciò che è autenticamente umano.

Di criteri spirituali abbiamo bisogno. Lo hanno le nostre famiglie, le nostre comunità, i nostri paesi e città. E abbiamo bisogno di speranza e di fiducia. Nel Te Deum che canteremo alla fine di questa celebrazione, pronunceremo in latino alcune parole, che in traduzione italiana così suonano: «Sia sempre con noi la tua misericordia, / in te abbiamo sperato. […] Tu sei la nostra speranza, / non saremo confusi in eterno». Lo Spirito sia su di noi come è stato su Simeone, e ci sospinga a camminare sulle vie della speranza, una speranza capace di dare responsabilità e fiducia ai nostri impegni e soprattutto alla verità e alla fedeltà dei nostri legami.