Giornata Mondiale della Pace – Il messaggio del Padre Abate Dom Luca Fallica

In questo luogo porrò la pace (Ag 2,9)
Pace a voi!
Dal 1968, per volontà di san Paolo VI, il primo gennaio celebriamo la Giornata mondiale della pace. Per questo motivo scelgo questa data per proporre una riflessione sulla vita monastica e la pace, che si inserisce nel cammino che, come comunità di Montecassino, abbiamo intrapreso verso il 2029, quando celebreremo i 1500 anni della Fondazione dell’Abbazia. Come ho già avuto modo di esporre in altre occasioni, desideriamo che questo itinerario verso il Giubileo sia scandito da quattro tappe, ognuna delle quali intende approfondire un aspetto significativo che la vita monastica ha avuto e può continuare ad avere nella Chiesa e nel mondo. Intendiamo riflettere sul monastero come «luogo di pace», «luogo di luce», «luogo di comunione», «luogo di speranza». Il primo tratto di questo cammino, che culminerà nelle celebrazioni del 21 marzo, quando ricorderemo il Transito di san Benedetto, e avrà un altro importante focus l’11 luglio, in occasione della solennità di san Benedetto patrono d’Europa, è dedicato dunque al tema della pace, che non solo è caro alla tradizione benedettina, ma è drammaticamente attuale nei nostri giorni, a motivo dei conflitti che insanguinano vaste regioni della terra, in quella che continua a essere una «terza guerra mondiale a pezzi», come era solito definirla papa Francesco.
Il suo successore, papa Leone XIV, ha di recente pubblicato il suo primo Messaggio per la pace per questa giornata che nel 2026 giunge alla sua 59^ edizione. Lo ha intitolato, riprendendo le parole che il Risorto rivolge alla comunità dei discepoli nel Vangelo di Giovanni, la sera di quel primo giorno della settimana: «La pace sia con tutti voi» (cf. Gv 20,19.21). Come egli stesso ricorda, è stato anche il primo saluto che ha rivolto alla folla radunata in piazza san Pietro subito dopo la sua elezione.
“La pace sia con te!”.
Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» (Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: “La pace sia con voi!”. Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio.
Anche il sottotitolo propone un tema che gli è caro, sul quale si è espresso più volte: «Verso una pace disarmata e disarmante». Torna ad affermarlo all’inizio del suo messaggio, riprendendo quanto aveva detto nel suo primo saluto di giovedì 8 maggio:
E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente.
Vorrei anche io iniziare questa riflessione indugiando sul significato di questo saluto. In modo più conciso lo si trova sulle porte di molti nostri monasteri: PAX. Anche i pellegrini che giungono a Montecassino lo incontrano ben visibile sull’antico ingresso dell’Abbazia. È il saluto con il quale accogliamo chi giunge nella casa di san Benedetto e di santa Scolastica, per pregare sulla loro tomba. Esprime inoltre il desiderio che custodiamo abitando in questo spazio: che sia davvero luogo di pace. San Paolo VI, quando è salito a Montecassino per consacrare la ricostruita basilica e proclamare san Benedetto patrono d’Europa, lo esprimeva con vigore e suggestiva profondità nella sua omelia: «qui la pace troviamo… qui la pace rechiamo… qui la pace celebriamo». Aggiungeva:
Qui la pace ci appare altrettanto vera che viva; qui ci appare attiva e feconda. Qui si rivela nella sua capacità, estremamente interessante, di ricostruzione, di rinascita, di rigenerazione. Parlano queste mura. È la pace che le ha fatte risorgere. […] È la pace che ha compiuto il prodigio. Sono gli uomini della pace che ne sono stati magnifici e solleciti operatori. […] Così celebriamo la pace. Vogliamo qui, quasi simbolicamente, segnare l’epilogo della guerra; Dio voglia: di tutte le guerre!
Trovare, recare, celebrare
La scritta PAX che sovrasta il portone di ingresso vuole però essere anche altro: non solo un saluto per chi arriva, ma anche una consegna che affidiamo a chi lascia l’Abbazia per tornare nelle proprie realtà quotidiane: dopo aver visitato e pregato in questo luogo, occorre diventare operatori di pace laddove si è. Torniamo alle parole di san Paolo VI. «Qui la pace troviamo… qui la pace rechiamo… qui la pace celebriamo».
- La pace va trovata, in uno sforzo condiviso, che ci chiede di cercarla e costruirla insieme a molto altri, anzi insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Va trovata e non semplicemente costruita, perché ci chiede di abbandonare quelle logiche che ci portano a immaginare e a volere una pace a nostra misura, secondo le nostre visioni e interessi, che sono di solito gli interessi dei vincitori e non dei vinti, come sempre accade nella storia umana e nelle sue dinamiche così parziali e al tempo stesso totalizzanti. La pace va trovata uscendo dai propri schemi e cercandola nel diverso modo di pensare degli altri, in bisogni e interessi differenti dai propri, in un dialogo fatto anzitutto di ascolto e di attenzione verso ciò che immediatamente non ci appartiene o può sembrarci estraneo, se non addirittura ostile, nemico. La pace va cercata e la si può trovare laddove l’hostis, il nemico, diviene un hospes, un ospite, qualcuno da ospitare e dal quale lasciarsi ospitare.
- La pace va recata. Chiede un impegno personale, soprattutto la consapevolezza che non si può offrire ciò che non si ha. Si può portare solo ciò che si possiede, o si conosce. Desiderare la pace, cercare la pace, trovare la pace, esige anzitutto che diventiamo persone di pace, capaci di custodire la pace a partire dal proprio cuore.
- Infine, il terzo verbo usato in quell’omelia da Paolo VI: la pace va celebrata. Occorre farlo non solo per festeggiarla, quando la si trova o la si raggiunge, ma perché la pace è sempre un dono che riceviamo dall’alto. Va costruita qui, nella storia e non altrove, ma come un seme da coltivare nella terra, sapendo di doverlo accogliere dal cielo di Dio.
Comunione e missione
È appunto il dono del Risorto alla sua comunità, come ci annuncia l’evangelista Giovanni. Mi soffermo ancora su quanto avviene nel Cenacolo. Per due volte Gesù dona la pace ai discepoli dicendo loro: «pace a voi» (vv. 19 e 21). Dopo il primo saluto i discepoli gioiscono al vedere il Signore, che torna a radunarli attorno a sé dopo la loro dispersione. Al secondo saluto, il Risorto aggiunge le parole che inviano in missione, donando agli apostoli, nello Spirito, il potere di rimettere i peccati:
Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (vv. 21-23).
Frutto del dono della pace è tanto la comunione quanto la missione della comunità. Da un lato la pace va custodita nei rapporti fraterni, perché essa possa generare relazioni nuove e pacificate; dall’altro deve essere annunciata agli altri e disseminata nella storia, grazie a parole di perdono e di riconciliazione. Il racconto giovanneo, inoltre, narra che i discepoli riconoscono il Signore, e gioiscono per averlo visto, non solo perché il Risorto mostra loro le mani e il fianco, sui quali perdurano i segni della passione, ma perché dona loro la pace. I discepoli, infatti, sanno che è il Signore perché constatano il compimento di ciò che egli aveva promesso durante i discorsi della cena, nell’imminenza del suo arresto. Gesù aveva detto: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete» (14,18-19). Ora Gesù si mostra ai suoi vivo, per donare loro la vita nuova nello Spirito. Gesù aveva promesso la gioia dopo la tristezza: «Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (16,20). Ora i discepoli gioiscono nel vedere il Signore. Gesù aveva più volte promesso lo Spirito (14,17.26; 15,26; 16,13). Ora egli stesso lo dona: «Ricevete lo Spirito santo» (20,22). Gesù infine aveva promesso la pace in un mondo ostile: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (14,27). Ora dona la pace ai suoi.
La pace, donata e accolta, è dunque luogo nel quale possiamo riconoscere e incontrare il Risorto, nei giorni della nostra vita. Allo stesso modo, possiamo annunciarlo agli altri e consentire loro di incontrarlo a loro volta soltanto se ci impegneremo ad accogliere e a lasciare fruttificare nella storia il seme della sua pace.
Messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà
Questa consapevolezza chiama ogni nostra comunità monastica a lasciarsi radunare nella comunione gioiosa attorno al Risorto dal dono della sua pace, come pure la sollecita a irradiare la pace attorno a sé, annunciandola, testimoniandola, costruendola. San Paolo VI ha una parola ulteriore, tuttora attuale, da dirci. Proclamando san Benedetto patrono d’Europa, egli lo definiva Pacis nuntius, «messaggero di pace», aggiungendo subito dopo altri titoli: «realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in Occidente». San Benedetto ha potuto essere testimone della fede in Cristo e radice della vita monastica, proprio perché ha saputo essere testimone di pace, tessitore di comunione, educatore e formatore di un’umanità autentica, artefice di una civiltà degna della persona umana. Sono impegni che tuttora siamo chiamati ad assumere con coraggio e speranza, proprio perché non si può servire Cristo ed essere segno del suo Vangelo, profezia del suo Regno che viene, se non facciamo dei nostri monasteri luoghi di pace, centri di comunione e di vita fraterna e ospitale, laboratori e officine in cui immaginare e sperimentare una convivenza civile e accogliente.
Occorre anzitutto essere messaggeri di pace. Il termine italiano, e ancor più l’originale latino che traduce – nuntius – evidenziano l’importanza della «parola». La pace va annunciata, proclamata, anche attraverso la parola. Certo, occorre essere testimoni e costruttori di pace con tutta la propria vita, con i suoi gesti coerenti e le sue opere efficaci. Rimane pur vero che una rilevanza particolare occorre attribuirla alla parola. Anche quando essa ci può sembrare vana, inefficace, non ascoltata. Se lo domandava poco meno di venticinque anni fa, dopo la strage delle Torri Gemelle e la conseguente guerra in Afganistan, il Cardinale Carlo Maria Martini, in un discorso alla città di Milano in occasione della solennità di sant’Ambrogio:
In questo turbine della nostra storia, ha davvero senso parlare di pace? E in che modo, e a quale prezzo?[1]
Oggi probabilmente avvertiamo più di allora la fatica, forse addirittura l’insignificanza di un continuare a parlare di pace, quando altre sono le parole, i discorsi, le riflessioni prevalenti e più assordanti. Uno dei rischi maggiori che corriamo ai nostri giorni, oltre al pericolo che i conflitti dilaghino e si moltiplichino in modo inarrestabile, è che la guerra diventi nella nostra consapevolezza qualcosa di ineluttabile, una realtà inevitabile nel rapporto tra stati, popoli, nazioni. E che dunque la pace debba accontentarsi di essere una semplice tregua tra una guerra e l’altra. Di conseguenza, più che parlare di pace, dovremmo parlare di come contenere i conflitti, di come limitarne gli effetti e le conseguenze, di come imporre regole che li frenino, senza osare sperare l’impossibile. Piuttosto che di pace, che rimane utopia irrealizzabile, meglio parlare di ciò che è possibile. Invece san Benedetto è stato, e ci chiede di essere messaggeri di pace, attraverso parole che debbono essere dette anche oggi, per quanto possano apparire inascoltate, minoritarie, troppo deboli.
Parlare di pace è grazia, è dono che si riceve dall’alto, da invocare. Dobbiamo pregare per la pace, dobbiamo anche pregare affinché il Signore ci doni la grazia di continuare a parlare di pace persino quando ci pare di remare inutilmente controcorrente. La pace è profezia e sappiamo dalla testimonianza biblica come i falsi profeti siamo più ascoltati dei veri profeti che parlano in nome di Dio. Ricordiamo bene come san Benedetto, quando è giunto qui a Montecassino, ha dovuto anzitutto distruggere templi e altari idolatrici. Anche oggi a noi è chiesta una parola anti-idolatrica, sapendo che quello della guerra, con il suo apparato ideologico, è un idolo, e tra i più allettanti, visto che si continua non solo a uccidere, ma a farlo addirittura in nome di Dio, o benedicendo armi ed eserciti, sempre in nome di Dio. Di un Dio, però, ridotto a idolo, piegato alle nostre logiche e ai nostri interessi, alle nostre visioni ideologiche e di parte. Per parlare di pace dobbiamo tornare a dire parole davvero anti-idolatriche, che salvaguardino e rivelino il vero volto di Dio, che è sempre il Dio della pace. Annunciare la pace, come san Benedetto ha fatto e ci chiede di continuare a fare, significa anche, anzi soprattutto, annunciare il Dio della pace, come unico vero Dio contro i tanti idoli che lo scimmiottano; annunciare l’evangelo della pace, come unica e vera parola che dona gioia, senso, compimento alla vita umana e alla storia del mondo.
Dopo il titolo «messaggero di pace», san Paolo VI definiva san Benedetto «realizzatore di unione». In latino: unitatis effector. La parola della pace, per non rimanere falsa, deve diventare azione efficace, capace di costruire unità, comunione. La pace fa risorgere le comunità, creando relazioni fraterne. Le nostre parole devono annunciare la pace, i nostri gesti devono renderla operosa. C’è un passaggio dell’omelia di Paolo VI del 24 ottobre 1964 che merita grande attenzione. L’ho in parte citato sopra, ora lo inserisco nel suo contesto più ampio.
Ma fra le tante impressioni, che questa casa della pace suscita ora nei nostri spiriti, una pare dominare sulle altre; ed è la virtù generatrice della pace. Spesso avviene che, siccome all’idea di pace si connette quella della tranquillità, della cessazione dei contrasti e della loro risoluzione nell’ordine e nell’armonia, siamo facilmente indotti a pensare la pace come l’inerzia, il riposo, il sonno, la morte. E vi è tutta una psicologia, con la relativa documentazione letteraria, che accusa la vita pacifica d’immobilità e di pigrizia, di inettitudine e d’egoismo, e che vanta al contrario la lotta, l’agitazione, il disordine e perfino il peccato come sorgente di attività, di energia, e di progresso.
Qui invece la pace ci appare altrettanto vera che viva; qui ci appare attiva e feconda. Qui si rivela nella sua capacità, estremamente interessante, di ricostruzione, di rinascita, di rigenerazione. Parlano queste mura. È la pace che le ha fatte risorgere. […]
È la pace che ha compiuto il prodigio. Sono gli uomini della pace che ne sono stati magnifici e solleciti operatori. Noi dobbiamo loro attribuire, in premio dell’opera loro, la beatitudine che li insignisce figli di Dio. «Beati i pacifici, dice Cristo Signore, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
C’è infine un terzo titolo che san Paolo VI usa nella Pacis nuntius per definire san Benedetto: lo chiama civilis cultus magister, «maestro di civiltà». Il termine magister, «maestro» evoca la dimensione formativa, educativa indispensabile per una civiltà di pace, per un culto e una cultura di pace, e dunque per coltivare la pace in tutti gli ambiti e le dimensioni della vita umana. Come, d’altra parte, è soltanto nella pace che può realizzarsi e risultare incisiva un’autentica azione formativa. San Benedetto vuole che il monastero sia anche scola, dominici scola servitii, così lo definisce al v. 45 del Prologo, una «scuola del servizio divino», che diviene in tal modo anche scuola dell’autentico servizio alla persona umana e alla sua vita civile. Nel messaggio inviato nel settembre del 2023 ai partecipanti al Simposio ecumenico presso l’Abbazia benedettina ungherese di Pannonhalma, papa Francesco affermava che
La Regola di Benedetto non contiene una trattazione sul tema della pace, ma piuttosto può essere adottata come ottima guida per un impegno consapevole e pratico a favore della pace. Il Santo Abate la scrisse pensando ai monaci, ma il suo messaggio va ben oltre le mura dei monasteri. Essa mostra come la convivenza umana, con la grazia di Dio, possa superare i pericoli dovuti a dispute e discordie. Lo sguardo di Benedetto è molto lucido circa le differenze e le disuguaglianze che esistono tra i membri della comunità. Egli conosce la complessità delle impronte linguistiche, etniche e culturali, che rappresenta allo stesso tempo una ricchezza e un potenziale di conflitto. Eppure, egli ha una visione serena e pacifica, perché è pienamente convinto della pari dignità e del pari valore di tutti gli esseri umani.
Anche gli hospites, ovvero gli stranieri, devono essere accolti secondo tale principio (cf. RB, 53,1). «Onorare tutti gli uomini» (ibid., 4,8) è il fondamento della pace nella comunità monastica, così come nelle relazioni interpersonali, sociali e internazionali. «Si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore» (ibid., 72,4); e questo significa anche saper fare il primo passo in certe situazioni difficili. La visione di pace di San Benedetto non è utopistica, ma orienta ad un cammino che l’amicizia di Dio verso gli uomini ha già tracciato e che, tuttavia, dev’essere percorso da ciascuno e dalla comunità passo dopo passo.
Ascoltare il dolore dell’altro
Formare al servizio del Signore significa anche formare a questo sguardo di stima e di accoglienza, addirittura di «reciproco onore», che consente di percorrere, giorno dopo giorno, passo dopo passo, il cammino della pace. Torno ancora alla lezione del Cardinale Martini che, proprio nel periodo vissuto a Gerusalemme, toccando personalmente con mano i drammi che si consumavano e si continuano a consumare in quella terra, affermava che questa educazione alla pace passava necessariamente attraverso la disponibilità di ciascuno di imparare dal dolore dell’altro. Faceva riferimento in particolare all’esperienza del Parents circle, associazione che raccoglie insieme centinaia di famiglie ebraiche e palestinesi accomunate dalla tragedia di avere ciascuna nella propria casa un parente ucciso dalla violenza e dalla guerra. La pace ha bisogno di giustizia, di carità, di perdono, ma anche di questa disponibilità ad ascoltare non solo il proprio, ma anzitutto il dolore dell’altro. In un’intervista rilasciata all’Avvenire nel 2024, il Cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme della Chiesa cattolica, affermava che «oggi più che mai la prima forma di carità qui è l’ascolto».[2] Precisava che ascoltare le ragioni dell’altro non significa condividerle. Occorre però imparare ad ascoltare: ascoltare le ragioni, ascoltare anche il dolore. Papa Leone lo ha ribadito nel suo messaggio per il 1 gennaio 2026: «la grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cf. Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza». La Regola di Benedetto, che si apre proprio con l’imperativo dell’ascolto – «Ascolta, o figlio» (Pr 1) – si offre come grande scuola dell’ascolto e in questo modo diviene anche grande scuola per la pace.
La regola di san Benedetto e la pace
Tornando a metterci alla scuola della Regola, è utile passare in rassegna i passi nei quali in essa si parla esplicitamente di pace. Non sono certo le uniche pagine utili per una riflessione, una spiritualità, una prassi della pace. Papa Francesco, ad esempio, nel messaggio all’Abbazia di Pannonhalma sopra ricordato, ne citava altre, ugualmente illuminanti. Noi ora circoscriviamo lo sguardo ai passi nei quali il termine pax, «pace», ricorre in modo esplicito. Si tratta di otto ricorrenze.
- La prima la incontriamo nel Prologo, in un passaggio che cita un versetto del Salmo 33 (34): «Cerca la pace e perseguila» (Pr 18). Prima che essere costruita o realizzata, la pace va cercata, come un dono che ci viene offerto da Altrove e che deve essere accolto con fiducia. Cercare la pace significa però anche seguirla, o perseguirla, con la fatica e la responsabilità di un impegno che sa corrispondere al dono ricevuto con la dedizione generosa della propria libertà. Peraltro, il contesto più ampio del Salmo 33, di cui Benedetto cita alcuni versetti, rimanda immediatamente a un impegno molto personale, nelle relazioni più prossime e quotidiane che ciascuno di noi vive: trattieni la tua lingua dal male e le tue labbra non proferiscano menzogna (l’attenzione è alla lingua e a ciò che essa può produrre); sta lontano dal male e fa’ il bene (le parole diventano qui un agire operoso, che si qualifica come “fare il bene”); cerca la pace e perseguila. Questa è la via non solo per cercare la pace, ma – aggiunge san Benedetto – per giungere a una vita vera e perpetua.
- Al capitolo quarto, dedicato agli strumenti delle buone opere da utilizzare nell’officina dell’arte spirituale, risuona l’invito non dare una pace falsa. Anche in questo caso il contesto è illuminante. Questo strumento relativo alla pace è infatti preceduto e seguito da altri utensili necessari alla vera pace: non seguire l’impulso dell’ira; non serbare rancore; non tenere inganno nel cuore; non abbandonare mai la carità (cf. RB 4,22-26). Siamo così rimandati all’arte della purificazione del cuore. La verità della pace affonda le sue radici nella verità del cuore, mentre la pace falsa non può che rivelare la falsità di un cuore doppio: un cuore di pietra anziché un cuore di carne.
- Sempre al capitolo quarto il termine pace ricorre più avanti, al v. 73, laddove san Benedetto ricorda l’urgenza della riconciliazione: «Tornare in pace prima che tramonti il sole con chi si è in discordia». Ci sono impegni da vivere subito, adesso, che non possono essere rimandati a domani. Questa urgenza ci dice che la pace è un bene per l’oggi, da cercare adesso, da ristabilire il prima possibile. Ci illudiamo quando pensiamo che prima o poi il tempo aggiusti ogni cosa; al contrario, il tempo rischia di allargare e approfondire i fossati, quando non vengono subito riempiti dalle parole del perdono, della riconciliazione, della pace. Anche i conflitti su scala mondiale, le guerre tra i popoli e gli Stati, spesso hanno alla loro radice problemi che non sono stati affrontati e risolti nel tempo opportuno.
- Torniamo alla Regola di san Benedetto per sostare su un quarto passo nel quale ricorre il termine pace. Dal capitolo quarto dobbiamo fare un bel salto per giungere al capitolo trentaquattresimo, nel quale Benedetto si preoccupa di offrire dei criteri relativi alla condivisione dei beni necessari alla vita personale dei fratelli, assumendo come principio fondamentale quello suggerito dagli Atti degli Apostoli: «si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno» (cf. At 4,55 citato in RB 34,1). La Regola precisa: «Con questo non diciamo che si faccia preferenze di persone – cosa da cui guardarsi – ma che si abbia riguardo alle debolezze: quindi chi ha meno bisogno, ringrazi Dio e non sia dispiaciuto, chi ha più bisogno, accetti umilmente la sua debolezza e non si inorgoglisca per la misericordia usatagli. Così tutte le membra della comunità saranno in pace». Per cercare la pace e perseguirla, per ritornare nella pace prima che tramonti il sole, occorre avere questa capacità di discernimento, che sa riconoscere i bisogni di ciascuno e prendersene cura. La pace non la si edifica cercando uguaglianze forzate ed omologazioni indebite, ma armonizzando le differenze, servendo le alterità.
5.6. Di pace Benedetto torna poi a parlare a proposito dell’ospitalità, al capitolo 53. Due volte ricorre in questo testo il termine «pace». Disegnando una vera e propria liturgia dell’accoglienza, Benedetto esorta: «per prima cosa preghino insieme, quindi si scambino la pace. E questo bacio della pace non venga dato se non dopo aver fatto la preghiera per evitare inganni del diavolo» (RB 53,4-5). È importante che si parli di pace laddove si parla di ospitalità. Ci mette in guardia sulla tentazione di cercare una pace per vie di esclusione, tra eguali, tra coloro che sono accomunati da elementi identitari e di consuetudine di vita, o condividono le medesime esperienze esistenziali e le stesse visioni. Non c’è pace possibile laddove non si rimane aperti allo straniero, al diverso, a colui che sopraggiunge dall’esterno sempre sorprendendoti e sconvolgendo le tue abitudini consolidate. Anche con lui occorre scambiare la pace, e san Benedetto raccomanda di farlo dopo aver pregato insieme, per evitare gli inganni del diavolo, anche quell’inganno che ci illude che la pace sia opera nostra e possa radicarsi nelle nostre risorse e qualità, quando invece è dono di Dio e trova la sua origine fontale nella relazione con lui, di cui la preghiera è espressione principale e principiante. Cerca davvero la pace chi sa cercare veramente Dio, nulla anteponendo alla preghiera e all’amore di Cristo. Neppure le proprie pretese o presunzioni di sé.
- Una settima ricorrenza la troviamo dieci capitoli dopo, al capitolo 63, dove la Regola suggerisce alcuni criteri per l’ordine della comunità.
Nel monastero mantengano tutti il posto assegnato e ciascuno in base alla data di ingresso, ai meriti della loro vita e alla decisione dell’abate. Da parte sua l’abate non porti turbamento al gregge affidatogli e non dia disposizioni ingiuste quasi possa disporre arbitrariamente del suo potere, ma ricordi sempre che di tutte le sue decisioni e di tutto il suo operare dovrà rendere conto a Dio. Quindi l’ordine che ha stabilito l’abate o in cui i fratelli sono per se stessi collocati, sia seguito quando essi si accosteranno al bacio della pace e alla comunione, intoneranno i salmi, prenderanno posto nel coro (RB 63,1-4).
Se il bacio di pace deve essere dato anche agli ospiti, anche agli estranei che sopravvengono inattesi, esso però richiede che, insieme a questa apertura accogliente, ci sia un ordine e il suo rispetto, che ciascuno sia considerato per quello che è, per il posto che occupa in comunità, per il ruolo che vi esercita e che gli è stato assegnato. L’apertura accogliente non può contrapporsi alla disciplina di un ordine, e d’altra parte l’ordine non deve degenerare in rigida chiusura. Benedetto conosce gli estremi e ci mette in guardia da essi, offrendoci la via della moderazione e della prudenza, del discernimento sapiente. È interessante notare, in questo passo come in tanti altri passaggi della Regola, che quando egli suggerisce dei criteri di discernimento, non si limita a un unico principio o a una sola norma, ma ne contempla diverse. In questo caso l’ordine è fondato sulla data di ingresso in monastero, ma anche sui meriti della vita personale, come pure sulle decisioni dell’abate, che a sua volta però non deve decidere in modo arbitrario o ingiusto. Ci sono più criteri, raccolti insieme, perché la pace la si cerca non con sguardi univoci o escludenti, ma nella capacità di discernere avendo presenti principi e criteri differenti, che vanno tra loro confrontati e composti con prudente sapienza. Non si cerca la pace e non la si costruisce schierandosi solamente da una parte o dall’altra, ovvero seguendo un solo principio, per quanto giusto. La pace ha bisogno della capacità ad accogliere e armonizzare sguardi differenti, anche quando potrebbero apparire, all’immediato, alternativi e difficilmente componibili.
- L’ultima ricorrenza del termine pax la troviamo al capitolo 65, dedicato alla figura del priore, la cui scelta, se fatta con criteri inadeguati, può causare gravi contrasti in comunità. Per evitare questo rischio, Benedetto ritiene necessario, proprio per tutelare la pace e la carità, che dipenda dalla decisione dell’abate l’organizzazione del suo monastero (cf. RB 65,11). Qui mi pare interessante, oltre al fatto che debba esserci un principio unitario e generativo, qual è l’autorità dell’abate, sottolineare come per san Benedetto l’organizzazione del monastero non possa essere solamente finalizzata al suo buon funzionamento o alla sua efficienza; principale è un altro scopo: salvaguardare la pace e la carità. È peraltro importante questo binomio: pace e carità. Perché ci sia pace non basta che le cose sia ordinate nel giusto modo, è necessaria la carità. Non c’è pace laddove giustizia e carità non siano capaci di abbracciarsi e camminare insieme, come ricorda un bel versetto del Salmo 85 (84): «Amore e verità s’incontreranno, / giustizia e pace si baceranno» (v. 11).
Ho citato e brevemente commentato i passaggi della Regola in cui risuona esplicitamente il termine «pace». Potremmo citare molte altre pagine – come, ad esempio, il capitolo 72 sullo zelo buono – in cui il termine pace non è presente in modo esplicito, ma che offrono comunque criteri indispensabili per accogliere l’invito del Prologo a cercare la pace e a seguirla. Può essere però sufficiente quanto già detto, tenendo presente che i criteri offerti da san Benedetto non valgono solo per una vita monastica, da vivere nello spazio di un monastero, ma sono attuali e necessari per ogni forma di convivenza umana, da quelle a noi più prossime e familiari, a quelle più ampie e istituzionali.
I criteri suggeriti dalla Regola ricordano a tutti e a ciascuno che la pace va cercata e perseguita anche attraverso un personale impegno di conversione e di purificazione del cuore, per evitare di cadere negli inganni idolatrici e nella menzogna di una pace falsa; richiede la disponibilità e l’urgenza a vivere cammini di riconciliazione, qui e adesso, che non possono essere rimandati a domani, e neppure altrove, anche nel senso che la pace che desidero per altri luoghi e altri popoli rimane in stretta connessione con quella pace che io sono chiamato a operare qui e adesso nella mia vita e nella mia storia. Esige un’attenzione fattiva ai bisogni e alle necessità di ciascuno, che sono diversi e non omologabili; matura all’interno di un atteggiamento accogliente e ospitale, anche nei confronti del diverso o dello straniero; si radica nella relazione con un Dio che è Padre di tutti e con Gesù Cristo, che ha dato la sua vita per me come per l’altro, che proprio per questo motivo non posso che considerare mio fratello, dato che veniamo generati nella fraternità vera da un medesimo sangue versato per entrambi. Per questo motivo, come ricorda la Regola, non bisogna anteporre nulla alla preghiera e all’amore di Cristo. Infine, la pace ha bisogno di un giusto ordine, dunque di giustizia, ma anche di carità e di perdono. Sono tutti atteggiamenti che possiamo e dobbiamo assumere personalmente, nel concreto dei nostri giorni e delle nostre esperienze vitali.
Un ottimismo galleggiante sulle onde
Può essere illusorio tornare ad affermare tutto questo? È inutile, vano, votato all’insuccesso? Credo che occorra farlo con quell’atteggiamento che san Paolo VI, poco meno di due mesi prima della morte, il 18 giugno del 1978, definiva come un «ottimismo galleggiante sulle onde». E spiegava:
Avere cioè un ottimismo galleggiante sulle onde, spesso tempestose della nostra immediata e anche non lieta esperienza. «Dio, ammonisce S. Paolo, non permetterà che siamo tribolati oltre le nostre possibilità» (1Cor 10,13).
E in secondo luogo, fortezza noi dobbiamo avere nei casi incerti ed avversi del nostro cammino nel tempo. Il tempo presente è la palestra delle nostre virtù; non dobbiamo vivere nel timore e nella pigrizia, ma dobbiamo interpretare le difficoltà della vita come un esercizio di fedeltà, di costanza, di pazienza. «Con la vostra pazienza, ha detto il Signore, voi sarete padroni della vostra vita» (Lc 21,19). La vita cristiana esige coraggio. Lanciamo l’invito ai giovani specialmente, che del coraggio hanno il genio e la forza; sono i candidati preferiti alla scuola del Vangelo.
Oltre a essere bella e significativa, è molto attuale questa immagine di un «ottimismo galleggiante sulle onde». Le onde ci sono, il mare è in tempesta, ma a noi non è chiesto di arrestarci, per paura, sulla riva, o di cercare una terra ferma e sicura nella quale insediarci. Essere pellegrini, e pellegrini di speranza, come ci ha esortato a diventare l’Anno santo che si sta concludendo, significa accettare di attraversare il mare in tempesta, e di doverlo fare non solo senza paura e con coraggio, ma anche con fiducia, con un ottimismo che non ci fa affondare, ma ci fa galleggiare sulle onde, perché sappiamo che il Signore attraversa i flutti del mare con noi.
Ci conforta e ci sostiene la promessa di Dio, che ci raggiunge attraverso il profeta Aggeo (2,9): «In questo luogo porrò la pace». «Pace a voi» è il saluto del Risorto a tutti noi, suoi discepoli, e attraverso di noi al mondo verso il quale egli ci invia. La promessa di Aggeo si è realizzata in Cristo. Ora è chiamata a diffondersi nel mondo anche grazie alla nostra vita e alla nostra testimonianza.
1 gennaio 2026
Solennità di Maria santissima, Madre di Dio
LIX Giornata mondiale della pace
+ Luca Antonio Fallica,
abate di Montecassino
[1] C. M. Martini, Terrorismo, ritorsione, legittima difesa, guerra e pace. Discorso per la vigilia di S. Ambrogio 2001, Milano, 6 dicembre 2001. Il testo integrale del discorso è ora disponibile ne I Meridiani della Mondadori: C. M. Martini. Le ragioni del credere. Scritti e interventi, a cura di D. Modena e V. Pontiggia, Mondadori, Milano 2011, 1659-1676; il testo qui citato è a pag. 1669. Il discorso ha trovato la sua prima pubblicazione in RDM 92 (2001), 1801-1814; può essere letto anche il Ricominciare dalla Parola, Discorsi, interventi, lettere e omelie 2001, EDB. Bologna 2002. I discorsi di sant’Ambrogio sono tutti raccolti anche in C. M. Martini, Parola alla Chiesa Parola alla città, EDB, Bologna 2002 e, fino all’anno 1996 incluso, in C. M. Martini, Alla fine del millennio lasciateci sognare, Piemme, Casale Monferrato 1997.
[2] «Ricostruire la pace partendo dai popoli», intervista al Cardinale Pierbattista Pizzaballa a cura di Nello Scavo, in Avvenire del 24.04.24, p. 2.

