La Veglia pasquale nella Notte Santa – Omelia del Padre Abate Luca

Veglia pasquale 5 aprile 2026
Letture: Gen 1,1-2,2; Gen 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14; Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-28; Rm 6,3-11; Sal 117; Mt 28,1-10
Nel racconto di Matteo che abbiamo appena ascoltato, le donne – Maria di Magdala e l’altra Maria (probabilmente Maria di Cleofe) – presso il sepolcro vuoto non incontrano soltanto l’angelo, ma Gesù stesso, risorto dai morti e vivente per sempre. Entrambi, sia l’angelo sia il Risorto, affidano loro il medesimo incarico: andare dai discepoli per annunciare che Gesù è risorto dai morti, e anche per fissare loro un appuntamento: andate in Galilea, là lo vedrete.
Ascoltando questa pagina di Matteo, anche noi dobbiamo accogliere questo annuncio e presentarci all’appuntamento nel luogo fissato. Non solo dobbiamo credere che Gesù è risorto, ma siamo chiamati a incontralo. Questo è il problema serio della fede: se Gesù ha vinto la morte ed è vivente per sempre, come e dove incontrarlo, come fare esperienza di lui, nel qui e oggi della nostra esistenza? L’appuntamento per i discepoli è in Galilea, là dove era iniziato il loro discepolato, là dove per la prima volta avevano incontrato Gesù e accolto il suo invito alla sequela. Infatti, subito dopo questo annuncio, il Vangelo di Matteo si concluderà raccontando che i discepoli si recano in Galilea e incontrano Gesù su un monte. Matteo non precisa di quale monte si tratti. L’indicazione rimane aperta. Possiamo forse accoglierla in una prospettiva simbolica, come l’invito a tornare a percorrere i monti della Galilea di cui Matteo ha narrato nella prima parte del suo vangelo. Sono cinque monti, ognuno di essi ha una caratteristica particolare, che può aiutarci a capire quali siano per noi oggi le condizioni e gli atteggiamenti da vivere così da incontrare il Risorto nella nostra vita.
Il primo monte è quello della prova o della tentazione di Gesù nel deserto. Siamo saliti su questo monte proprio all’inizio del nostro cammino quaresimale, nella prima domenica di Quaresima. Matteo narra che il diavolo portò Gesù sopra un monte altissimo per offrirgli tutti i regni del mondo e la loro gloria. «Tutte queste cose io ti darò, se gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Gesù aveva vinto la tentazione rispondendo: «Il Signore tuo Dio adorerai: a lui solo renderai culto». Incontrare il Risorto significa per noi oggi rinunciare a ogni tentazione idolatrica per riconoscere che abbiamo un solo Signore, Gesù Cristo, ed è soltanto in lui e attraverso di lui che possiamo rendere il vero culto al Padre nello Spirito. Questo ci chiede di interrogarci su quali siano le false signorie che pretendono di avere potere sulla nostra vita, alle quali siamo tentati di affidare la riuscita della nostra esistenza, di fondare la nostra gioia e la nostra realizzazione. Non possiamo incontrare il Signore risorto se il nostro cuore continua a essere diviso tra tante potenze e signorie molteplici, idolatriche, che ci impediscono di confessare che solo Gesù è il Signore, un Signore che non ci opprime, ma ci libera, che non ci schiavizza, ma ci rende figli di Dio e fratelli tra di noi, che non scatena guerre e conflitti, ma ci dona la sua pace.
Il secondo monte che incontriamo seguendo Gesù in Galilea è il monte delle beatitudini, dove Gesù proclama: «beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli». Incontrare il Signore risorto significa accettare la nostra povertà senza pretendere di riempirla di beni e di false ricchezze o sicurezze illusorie, sapendo che soltanto Dio e la comunione con lui è il vero bene che arricchisce la nostra vita. Ed è in questa relazione con lui che ogni altro bene, di cui la nostra vita necessita, riceve il suo valore, la sua verità, il suo significato.
Il terzo monte è quello della preghiera. Dopo la moltiplicazione dei pani, l’evangelista narra che Gesù «costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo». Mentre la barca dei discepoli è minacciata dalla tempesta, dall’infuriare del vento e delle onde, Gesù è sul monte, nella stabilità della relazione con il Padre, che egli vive grazie alla sua preghiera intima e segreta. Incontrare il Signore risorto chiede anche a noi di dare tempo e spazio alla preghiera, così da trovare in essa un ancoraggio sicuro, una stabilità e una solidità che ci consentano poi di attraversare persino le tempeste della vita, vincendo le nostre paure e le nostre incertezze, dando saldezza e resilienza alla nostra esistenza e al suo cammino nella storia.
Subito dopo, al capitolo 15, incontriamo un quarto monte, quello delle guarigioni. Narra infatti Matteo che Gesù «giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì». Incontrare il Signore risorto significa non avere paura di stare davanti a lui con tutte le nostre debolezze e infermità, non solo fisiche ma soprattutto spirituali, per ricevere da lui cura e guarigione. Egli, infatti, è venuto a cercare non i sani, ma i malati, non i giusti, ma i peccatori. Spesso noi falliamo il nostro incontro con il Risorto perché pretendiamo sempre di presentargli la nostra faccia più bella, giacché quella che ci piace di meno finiamo con il nasconderla a noi stessi e di conseguenza anche a lui. Il Signore invece ci cerca proprio laddove maggiormente la nostra vita sperimenta oscurità e ombre, fragilità e peccati, malattie e infermità, perché sono questi i luoghi che egli vuole restituire con il suo perdono e la sua grazia alla loro bellezza originaria, alla loro luminosità e splendore.
C’è infine un quinto e ultimo monte, il Tabor, il monte della Trasfigurazione, nel quale Gesù manifesta ai discepoli la sua gloria pasquale, che trasfigura il suo corpo, ma trasfigura anche gli occhi di Pietro e dei suoi due compagni, perché possano riconoscere, nella sua umanità incamminata verso la Croce e verso la morte, tutta la gloria di Dio che risplende nel volto di Cristo. Anche per noi incontrare il Signore risorto significa trasfigurare lo sguardo, ricevere occhi diversi, occhi spirituali, per riconoscere la sua presenza discreta, nascosta, misteriosa, ma reale e viva, dentro le pieghe oscure della storia che viviamo. Il Signore c’è, dobbiamo avere occhi nuovi per incontrarlo e riconoscerlo. Per poterlo fare dobbiamo vivere a nostra volta quello che Gesù vive sul Tabor, dunque ascoltare e conversare con Mosè ed Elia, cioè con tutte le Scritture, vegliare e pregare nella notte senza addormentarsi, come inizialmente accade a Pietro, Giacomo e Giovanni, entrare nella nube dello Spirito, che ci avvolge, ci sostiene, orienta i nostri passi, consentendoci di ascoltare la parola di Gesù che ci chiama alla sequela anche lungo la via ardua della Croce e della Pasqua.
Su questi monti il Risorto fissa anche per noi un appuntamento, affinché possiamo incontrarlo, riconoscerlo, continuare a seguirlo fino alla casa del Padre, dove lui ci conduce, perché dove egli è, possiamo essere anche noi insieme a lui. Lo incontreremo risorto e vivente se sapremo vincere le nostre tentazioni idolatriche, se sapremo consentire alla sua sola ricchezza di colmare la nostra povertà e il nostro desiderio di una vita felice, se sapremo vivere con verità e intensità la nostra preghiera, se non avremo paura a guardare alle nostre infermità e peccati, ma sapremo consegnarli nelle sue mani, affidandoci al suo perdono e alla sua misericordia; se sapremo infine trasfigurare lo sguardo per guardare con i suoi stessi occhi, rischiarati dalla luce dello Spirito, a tutto ciò che la nostra vita sperimenta nel suo cammino nella storia.



























