Celebrazione della Passione del Signore – 3 Aprile 2026

 

Venerdì santo                                                                                                                             3 aprile 2026

Letture: Is 52,13-53,12; Sal 30 (31); Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

«Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto». Con questo versetto del profeta Zaccaria l’evangelista Giovanni ci invita a fissare lo sguardo su Gesù, innalzato sulla Croce. Volgeranno: c’è un futuro che ci coinvolge personalmente. Anche noi siamo oggi chiamati a volgere e a fissare il nostro sguardo su Gesù, facendo memoria di quanto egli ha vissuto, inchiodato sulla Croce. Lo abbiamo fatto grazie alla parola di Dio che abbiamo ascoltato, lo faremo grazie all’adorazione della Croce e del Crocifisso che tra poco vivremo. Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto: l’originale greco ha una sfumatura che val la pena non lasciare cadere. ‘Guardare verso’ viene infatti detto con una preposizione che suggerisce l’idea di un guardare ‘dentro’, un ‘entrare in’. Si tratta di un vedere che ha anche il significato di un lasciarci condurre dentro l’interiorità di colui che è stato trafitto, potremmo dire ‘dentro il suo cuore’, dentro i suoi atteggiamenti profondi, dentro il suo sentire.

In particolare, il racconto della Passione che abbiamo ascoltato dal Vangelo di Giovanni ci rivela tre atteggiamenti che Gesù ha vissuto nell’ora della sua crocifissione e della sua morte, nei quali siamo sollecitati anche noi a entrare. Sono la sua obbedienza, la sua libertà, il suo desiderio.

L’obbedienza: Gesù muore compiendo l’opera affidatagli dal Padre, in obbedienza alle Scritture, cercando la volontà di Dio in ascolto della sua Parola. Il racconto di Giovanni ce lo rivela attraverso un piccolo tratto, quasi impercettibile, ma di rara bellezza. Racconta infatti che Gesù, «chinato il capo, consegnò lo Spirito». Gesù muore come ogni persona umana, ma anche con una differenza. Quando muore l’uomo emette l’ultimo respiro e reclina il capo nell’abbandono della morte. Gesù invece prima reclina il capo e poi emette l’ultimo respiro. Il suo capo reclinato simboleggia tutta la sua obbedienza. Non è il segno della sua morte, ma del suo sì al Padre e a noi uomini e donne, ora suoi fratelli e sorelle, riconciliati nella sua Croce.

Nello stesso tempo, questo capo reclinato prima della morte manifesta la libertà di Gesù. La sua è un’obbedienza libera. È l’obbedienza del Figlio, non dello schiavo. Prima di morire, è lui stesso che consegna la propria vita e liberamente dona il suo Spirito. Gesù lo aveva annunciato al capitolo 10, nel discorso del buon pastore, quando aveva affermato: «nessuno mi toglie la vita, ma la offro io da me stesso» (v. 18). Così aveva detto e così sulla croce avviene. Liberamente Gesù si consegna alla morte, nell’amore e nel perdono. Qui c’è tutta la sua libertà. Di fronte alla croce avrebbe potuto fuggire, non lo ha fatto. Non ha però neppure subito la croce passivamente. Nella sua libertà le ha conferito un significato nuovo. Dinanzi agli uomini che con odio volevano togliergli la vita, Gesù l’ha donata con amore. E così ha trasformato un luogo di odio e di morte in luogo di amore e di vita. La violenza degli uomini lo ha costretto a stendere le braccia sulla croce; ma il suo amore e la sua libertà hanno trasformato quelle braccia distese nella morte in un abbraccio che ci attira tutti a sé, ci perdona, ci salva, ci introduce nell’amore stesso del Padre. Questa è stata la libertà di Gesù e questa può essere anche per noi la libertà: persino negli avvenimenti più negativi che la nostra vita può attraversare, possiamo rimanere così interiormente liberi da poter dare loro un significato nuovo, nell’amore, secondo la parola di Dio e la sua volontà.

Obbedienza, libertà, infine un terzo e ultimo tratto umano: il desiderio. Gesù morendo grida «Ho sete». In queste parole dobbiamo certamente riconoscere una sete fisica, l’arsura di un morente. Ma come sempre, dietro questo piano più naturale, l’evangelista ne scorge un altro più profondo. La sete di Gesù è il segno del desiderio ardente che anima e consuma la sua vita. La sua sete è come la sua fame: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (4,34). «Il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?» (18,11). Questa è la fame e questa è la sete di Gesù: compiere l’opera del Padre. È la medesima sete che aveva manifestato incontrando la donna di Samaria al capitolo quarto. Anche allora Gesù assetato aveva chiesto alla samaritana da bere, per farle poi capire di essere lui a volerle donare un’acqua capace di dissetarla per sempre. Il medesimo capovolgimento avviene ora sulla croce. Gesù grida di avere sete, ma diviene lui stesso una sorgente zampillante, la cui acqua sgorga dal suo fianco trafitto. La sete di Gesù è compiere l’opera del Padre fino a donare l’acqua del suo Spirito alla quale tutti possano dissetarsi.

Anche questo è un tratto tipico dell’umanità di Gesù: «egli diventa ciò dal cui desiderio è consumato» (R. Vignolo). Gesù ha sete e diviene acqua per dissetare la sete di altri. Tale dovrebbe essere il nostro stesso desiderio. Noi spesso siamo distratti, interiormente divisi, combattuti da molteplici desideri, spesso contrastanti tra di loro. Guardando all’umanità di Gesù giungiamo a comprendere che l’autentico desiderio che ci fa vivere in pienezza è quello che giochiamo non nella logica del possesso ma in quella capovolta del dono. I desideri che dividono la nostra vita sono quelli che ci conducono a bramare di possedere più cose; al contrario, la nostra vita si unifica quando cerchiamo di diventare per altri quello che desideriamo essere in pienezza. Ciò che davvero sazia in profondità la nostra vita e colma la nostra sete è diventare capaci di prenderci cura e di dissetare la sete degli altri.

Volgeranno lo guardo a colui che hanno trafitto. Fissando lo sguardo su Gesù possiamo contemplare la sua obbedienza, la sua libertà, la sua sete. E siamo a nostra volta sollecitati a entrare in questi atteggiamenti. Tra poco, al centro della nostra assemblea liturgica, verrà portata la Croce ancora velata. La sveleremo poco alla volta, a significare che non possiamo comprendere il suo mistero subito, abbiamo bisogno di tempo, di pazienza, di gradualità. Poi la adoreremo, baceremo il Crocifisso e il legno sul quale si è lasciato innalzare. Il bacio è un segno di comunione. Chiediamo al Signore che non rimanga soltanto un gesto rituale, ma diventi un passo esistenziale per la vita di ciascuno di noi, chiamata, nella grazia del Crocifisso risorto, a entrare in comunione e a lasciarsi trasformare dalla sua obbedienza, dalla sua libertà, dal suo desiderio.