Montecassino Epifania del Signore 2024,l’omelia dell’abate dom Luca Fallica

Testo integrale dlel’omelia dell’abate Luca, pronunciata questa mattina nella Basilica Cattedrale durante la celebrazione conventuale solenne delle 10.30.

Epifania del Signore
6 gennaio 2024
Letture: Is 60,1-6; Sal 71 (72); Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

Subito dopo il Vangelo che ci ha narrato della ricerca dei Magi e della stella che li ha guidati sino a Betlemme, all’incontro con il bambino Gesù, abbiamo ascoltato l’annuncio della data di Pasqua e delle altre feste principali dell’anno liturgico. In questo modo, mentre adoriamo insieme ai Magi il figlio di Maria che si rivela a tutti i popoli, rappresentati proprio da questi saggi che giungono da terre lontane e da altre tradizioni culturali e religiose, siamo sollecitati a non dimenticare che la piena rivelazione del suo mistero, cioè la sua piena Epifania (perché ‘epifania’ è appunto un termine greco che significa ‘rivelazione’, ‘manifestazione’) la potremo contemplare nel mistero pasquale, nella sua morte e risurrezione. Per questo motivo, come ci ha ricordato l’annuncio della Pasqua, «centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto». È il centro dell’anno liturgico, è il centro della nostra fede, è anche il centro del mistero dell’incarnazione che stiamo celebrando in questo tempo di Natale.

C’è anche un piccolo particolare del racconto di Matteo che ce lo ricorda, in modo molto discreto ma al tempo stesso chiaro e riconoscibile. I Magi, quando da Oriente giungono a Gerusalemme, domandano: «Dov’è colui che è nato, il Re dei Giudei?». Re dei Giudei è una espressione inconsueta nelle Scritture, anche nel Nuovo Testamento. Di solito si parla del «re di Israele». Il titolo «re dei Giudei» nei Vangeli compare soltanto, oltre che sulle labbra dei Magi, nei racconti di passione di tutti e quattro i vangeli. Compare sulle labbra di Pilato che interroga Gesù, o su quelle dei soldati che lo scherniscono dopo averlo incoronato di spine. È soprattutto presente nel titolo appeso sopra la croce. Leggiamo ad esempio in Matteo: «Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: “Costui è Gesù, il re dei Giudei”» (Mt 27,37). Siamo così invitati a leggere insieme questi due versetti, anche se sono molto distanti nel racconto di Matteo, il primo al capitolo secondo, il secondo al capitolo ventisettesimo. «Dov’è il re dei Giudei?», domandano i Magi; e il titolo della croce – indicando il Crocifisso – risponde: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».

Il re dei Giudei lo trovi dove meno immagineresti di cercarlo. I Magi inizialmente pensano di doverlo cercare nella capitale del Regno, a Gerusalemme, e in una reggia, qual era il palazzo di Erode. E invece lo trovano non in una reggia, ma in una casa, non nella capitale del regno, ma a Betlemme, un piccolo villaggio in Giudea; non su un trono regale, ma in braccia a sua mamma, un’umile e povera donna. C’è un celebre racconto, di fine Ottocento, che narra di un quarto re, Artaban, che durante il viaggio si attarda, anche per soccorrere con misericordia e compassione situazioni di povertà e di sofferenza; egli si separa perciò dai suoi tre compagni e giunge solamente dopo trentatré anni a Gerusalemme, e lì incontrerà e dovrà riconoscere il «re dei Giudei» proprio nell’uomo crocifisso sulla croce.

Dov’è il Re dei Giudei, domandano i Magi. Costui – il Crocifisso – è il re dei Giudei, risponde il titolo della croce. Non possiamo separare il Natale dalla Pasqua, perché solo se teniamo insieme i due misteri, solo se non separiamo Betlemme dal Calvario, la mangiatoia dal sepolcro, la gloria del bambino appena nato dalla gloria del Crocifisso risorto, possiamo davvero incontrare e riconoscere il mistero di Dio che si rivela.

Come fare, allora, a cercare Gesù e a trovarlo anche là dove meno penseresti di poterlo trovare? La vicenda dei Magi ci suggerisce alcuni criteri. Se infatti rileggiamo con attenzione il racconto di Matteo, ci accorgiamo che sono almeno tre le luci che guidano i Magi. O forse dovrei dire meglio che c’è un’unica luce, la quale però si rivela in tre modalità diverse. C’è anzitutto la luce della stella. «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo», affermano i Magi. Poi c’è la luce delle Scritture, perché a Gerusalemme sono gli scribi, che interpretando le Scritture, a dire a Erode, e poi sarà Erode a dirlo ai Magi, che l’atteso deve nascere a Betlemme di Giuda. Infine, c’è una terza luce, la luce del sogno, perché è nel sogno che i Magi vengono avvertiti di non tornare da Erode, ma di raggiungere il loro paese per un’altra via.

Queste tre luci sono ancora oggi i tre modi con cui la parola di Dio ci interpella, guida il nostro cammino, illumina la nostra ricerca del Signore Gesù. C’è una parola di Dio che ci raggiunge nel sogno. È la parola di Dio che risuona dentro di noi, nella verità della nostra coscienza, se l’ascoltiamo con rettitudine; parla nell’intimo dei nostri cuori, nell’interiorità delle nostre esistenze. C’è una parola di Dio che ci raggiunge poi attraverso una stella. È la parola di Dio che ci parla attraverso la natura, il cosmo, ma anche nei segni dei tempi, nei segni della storia. Infine, c’è una parola di Dio che ci parla attraverso le Scritture Sante e la tradizione della fede. Per camminare con piede sicuro nella notte, i Magi hanno avuto bisogno di tutte e tre queste luci, hanno avuto bisogno di ascoltare la parola di Dio che parlava loro nella stella, nelle Scritture, nel sogno.

Infine, vorrei ricordare un ultimo criterio per cercare e trovare Gesù. C’è una poesia di Edmond Rostand che così descrive l’avventura dei Magi:

Perdettero la Stella un giorno.
Come si fa a perdere la Stella?
Per averla troppo a lungo fissata…

I due Re bianchi, ch’erano due sapienti di Caldea,
tracciarono al suolo dei cerchi, col bastone.
Si misero a calcolare, si grattarono il mento… 

Ma la Stella era svanita come svanisce un’idea.
E quegli uomini, la cui anima aveva sete di essere guidata,
piansero innalzando le tende di cotone.

Ma il piccolo Re nero, non considerato dagli altri,
si disse: Pensiamo alla sete che non è la nostra.
Bisogna dar da bere, lo stesso, agli animali. 

E mentre reggeva il suo secchio per l’ansa,
nello spicchio di cielo in cui bevevano i cammelli
egli vide la Stella d’oro che danzava in silenzio

A volte si perde la stella non perché ci si distrae dal cielo, ma perché ci si distrare dalla terra. La si perde per averla troppo a lungo fissata. La si perde per aver assecondato solamente la propria sete, dimenticando di pensare a una sete che non è la nostra. Se la stella ha solo la consistenza di ciò che hai in testa, svanisce come un’idea. Se invece ti rende attento al bisogno dei tuoi cammelli, e al bisogno di chiunque altro abbia sete, la ritrovi più luminosa di prima. Sempre a condizione che, mentre badi ai tuoi cammelli, non ti dimentichi di alzare gli occhi verso il cielo. È in questa fedeltà che non separa, ma tiene insieme, che troviamo Gesù. Non dobbiamo separare il presepe dal calvario, il Natale dalla Pasqua, il cielo dalla terra, la nostra sete dalla sete di altri.

Nelle foto alcune scene della esposizione permanente del presepe napoletano del 700